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NUOVI FARMACI PER EPATITE «C», 95% DI GUARIGIONE MA COSTI ELEVATI

epatite cdi Francesco Salvatore Cagnazzo (AG.RF 13.05.2014) ore 14:22

(riverflash) – Nuovi farmaci, ingenti costi e importanti risultati per combattere definitivamente l’epatite C: se ne è  parlato a conclusione del 1° Congresso Internazionale ICE, Insieme Contro l’Epatite, “Epatiti Virali tra presente e futuro”, a Milano, organizzato da Donne in Rete onlus e SIMIT, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali. L’evento si è rivolto a medici infettivologi, gastroenterologi, epatologi, infermieri, pazienti e associazioni. Due giornate che hanno visto riuniti medici, pazienti e istituzioni per confrontarsi  sullo stato delle epatiti in Italia e per stabilire azioni di informazione, consapevolezza e prevenzione, ribadendo la necessità di un impegno comune in armonia con gli obiettivi di ICE.

Con questi nuovi farmaci si può finalmente combattere efficacemente la malattia: con la somministrazione di due o tre prodotti si può ottenere l’eradicazione del virus e l’allontanamento del patogeno. La percentuale di guarigione si calcola intorno al 95% dei casi. I nuovi farmaci, già commercializzati negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei,  pongono un grande problema: l’alto costo dei prodotti.

“Associazioni, specialisti e pazienti devono essere uniti per convincere i politici che questi farmaci devono avere una priorità assoluta – dichiara il Prof. Evangelista SagnelliProf. Evangelista Sagnelli, Professore Ordinario Facoltà di Medicina e Chirurgia di Caserta – Non per tutti si conoscono ancora le cifre esatte di tali costi, ma si parla di 50mila euro per trattamento ad personam. Fondamentale sarà il contributo delle singole regioni italiane: dobbiamo essere tutti uniti per  debellare definitivamente la malattia”.

I soggetti infetti di epatite C sono circa l’1,5% di tutta la popolazione italiana, circa un milione di casi, ovviamente con diverse priorità ed esigenze. Per un costo totale che potrebbe raggiungere anche i 50 miliardi di euro. Ogni anno muoiono circa 17mila persone per cirrosi epatica con o senza epatocarcinoma. Tra questi ultimi, circa 10mila sono le persone che muoiono per epatocarcinoma correlato all’infezione da virus dell’epatite.  E’ stato inoltre calcolato che l’infezione da HCV, virus dell’epatite C, comporta una spesa annua per il SSN di circa 520 milioni, con una perdita di quasi 8 milioni di giornate lavorative.

Il grande boom dell’infezione è avvenuta negli anni ’50-’60 a causa di trasfusioni, strumenti chirurgici e tossicodipendenza. La percentuale di anziani coinvolti è del 6-7%, mentre per i più giovani meno dello 0,5%. Essendoci un indice di cronicizzazione molto alto, in quanto il 70% degli infetti rischia di divenire portatore cronico del virus, numerosissimi sono i casi che terminano in cirrosi e cancro del fegato.

“Le cause più frequenti – continua il Prof. Evangelista Sagnelli – sono l’utilizzazione comune di rasoi, forbicine e siringhe, i graffi e tagli con oggetti incriminati, gli interventi chirurgici, prevalentemente riguardante i decenni precedenti. Oggi sono molti i casi di trasmissione a causa di piercing e di tatuaggi”.

 “Gli anni a venire rappresentano una sfida d’importanza fondamentale per la gestione delle epatopatie croniche virali – afferma il Prof. Massimo Andreoni, Presidente SIMIT, Direttore Istituto di Malattie Infettive e Tropicali, Policlinico Universitario Tor VergataI pazienti affetti da epatopatia cronica C stanno infatti attraversando un periodo storico di enorme cambiamento per quanto riguarda le possibilità di cura dell’infezione. Ci troviamo di fronte a uno scenario in cui la possibilità di guarire dall’epatopatia cronica eradicando l’infezione appare come una realtà per la grande maggioranza dei pazienti se non per tutti, anche se magari non nell’immediato futuro”.

 “Affrontare per tempo il tema delle epatiti per le istituzioni sanitarie è una necessità programmatoria, poiché l’esito della malattia non tempestivamente curata è particolarmente critico e oneroso in termini di salute pubblica – afferma Rosaria Iardino – Quello alla salute è un diritto che deve essere garantito, così come deve essere garantito l’accesso alle cure a tutti i pazienti”

Il convegno vede la presenza dei key opinion leader nazionali e internazionali nel campo dell’epatite C e di esponenti della community di pazienti, anch’essi sia nazionali che internazionali. L’intento è quello di far interagire le due figure cardini nella gestione della patologia, cioè il medico e il paziente, che a nostro avviso, proprio in questo momento storico, è assolutamente fondamentale che interagiscano condividendo proposte strategiche per l’accesso universale ai nuovi farmaci.

“A breve – aggiunge la dott.ssa Antonella Cingolani, Vicepresidente Donne in Rete onlus, ricercatore, dirigente medico Istituto malattie Infettive Policlinico Universitario A. Gemelli, Roma –  saranno disponibili farmaci che, rispetto a quanto considerato fino a oggi lo “standard of care” dell’infezione cronica da HCV, e cioè interferone peghilato e ribavirina, consentiranno di “costruire” regimi terapeutici maggiormente tollerabili e molto più maneggevoli, con riduzione significativa degli effetti collaterali, del numero di compresse e del tempo di trattamento. La prospettiva per il 2020 è di poter avere a disposizione terapie attive su tutti i genotipi, senza bisogno d’impiegare l’interferone peghilato”.

Durante il convegno sono stati trattati argomenti di virologia di base, epidemiologia, clinica, terapia, nonché di sanità pubblica, con particolare attenzione alla popolazione femminile e alla coinfezione HIV/HCV. Inoltre saranno sviluppate sessioni ad hoc con lo scopo di stimolare e accrescere l’empowerment dei pazienti stessi, proprio nell’ottica del lavorare “insieme” tra tutte le figure coinvolte nel mondo delle epatiti.

ICE – Insieme contro l’epatite è un’associazione aperta a tutti coloro che sono sensibili alle problematiche legate alle epatiti A, B e C e pensano che insieme si possa fare la differenza. Ad un allarme globale si risponde con un impegno comune di informazione, consapevolezza e prevenzione. Il gruppo di lavoro è composto da infettivologi, esponenti del mondo dell’associazionismo e del sociale e pazienti.

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