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THE WIFE – VIVERE NELL’OMBRA – Recensione

di Valter Chiappa
(AG.R.F. 10/10/2018)

(riverflash)Su cosa si fonda un matrimonio? Quali compromessi, quanti arretramenti? Non fatevi ingannare dalla (come al solito) arbitraria traduzione del titolo, che, superflua, accompagna quello originario; men meno dal banale luogo comune in locandina “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”. Nella sceneggiatura di “The Wife” c’è molto altro.

Joe Castleman (Jonathan Pryce) è uno scrittore idolatrato dai lettori, che vede coronata la sua carriera dall’assegnazione del premio Nobel. La febbrile attesa per l’evento viene vissuta assieme alla moglie Joan (Glenn Close), con cui ha instaurato un rapporto simbiotico Ma la verità sul loro matrimonio e sulla fama di Joe si materializza nella figura di un giornalista invadente e curioso (Christian Slater), che va a frugare nel passato, mettendo a nudo una verità inconfessabile: il ruolo determinante di Joan nei successi del marito.

Se si agitano i piatti della bilancia, l’equilibrio trovato non appare più l’unica verità possibile ed ogni suo caposaldo è rimesso in discussione: la serena accettazione viene prevaricata dalla tacitata frustrazione; altre verità di fronte alle quali si è preferito abbassare gli occhi si parano di fronte. E il dubbio appare in tutta la sua drammaticità: mettere in secondo piano sé stessi è stata una consapevole decisione, una scelta di comodo o una violenza subita?

“The Wife”, tratto dall‘omonimo romanzo di Meg Wolitzer, è un film molto ben scritto. La sceneggiatura di Jane Anderson conserva la letterarietà dell’originale, tracciando una storia resa coinvolgente da un andamento della vicenda coerente ed ottimamente delineato e da personaggi opportunamente modellati in funzione di essa. Del tema trattato offre una analisi acuta ed originale, che scaturisce dal plot, senza necessità di affondare nella mera riflessione. Ma come ogni bel testo si stratifica in più piani di lettura e punta lo sguardo da angoli ottici molteplici, comunque stimolanti: le conseguenze possibilmente negative sulla crescita affettiva dei figli, lo scaturire della scrittura inevitabilmente dalla vita e preferibilmente dal dolore, un curioso sguardo sull’apparentemente dorato mondo dei premi.

“The Wife” ha poi, e questo era pronosticabile, un altro punto di forza nella recitazione perfettamente equilibrata dei due protagonisti, che trova la casa ideale in dialoghi ben bilanciati e mai ridondanti, mentre disegna un contrappunto esattamente in sincrono. La sfida fra i due campioni viene vinta ai punti dalla ben gestita passionalità di Glenn Close, funzionale nel tradurre efficacemente la forza interiore del suo personaggio. Ma non è da meno Jonathan Pryce, che ben rende la mediocre consistenza umana dello scrittore di successo, nascosta dietro l’aurea apparenza. Bravo anche Christian Slater, viscido e serpentiforme al punto giusto. Il regista svedese Björn Runge di suo mette la formazione teatrale che si palesa nella composizione chiusa delle scene.

In sintesi “The Wife” è un esempio di buon cinema, non altisonante, ma costruito solidamente su due delle sue pietre d’angolo più tradizionali: una buona penna e il talento degli attori. Un film che non fa urlare di visibilio, ma che regala una soddisfazione intima e persistente. Ciò che forse non usa più.

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