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VENTIQUATTROMILA BACI A QUEGLI ALGIDI CAPEZZOLI

giussagodi Giulio Ranzanici (AG.RF 13.06.2014) ore 21:02

(riverflash) – Nonna, che d’estate soggiornava in una Gussago, Franciacorta, nel mio ricordo somigliante in modo sconvolgente alla Combray di Proust,

amava Celentano. Certo, non ardiva, non arrivava al punto di
intonarne le arie – quel palazzo austero a ferro di cavallo, circondato
da una varietà di giardini memorabili e glaciali era abitualmente
frequentato da Arturo Benedetti Michelangeli, e uno dei suoi figli (di
nonna) era un noto (negli ambienti deputati) compositore di musica
dodecafonica. Nondimeno, mamma di mamma arrossiva un poco
mentre lo chiamava, come tutti, Il Molleggiato, e le piaceva ricordare il
titolo di un brano che pronunciava nel suo sorriso color porpora,
Ventiquattromila baci.
Di rimando io, stonato com’ero e sono, steccando la melodia e
storpiando i versi, le cantavo Non è un capello, ma un crine di capello,
seduto sul bidet. Nonna atteggiava la bocca in un uncino di
rimprovero mentre più in alto mi sorrideva con occhi radiosi come
nere incarnazioni del sole, poiché quel giorno voleva mostrarmisi
vicina; le premeva incoraggiarmi ora che montavo in macchina di
mamma, che aveva la stessa bocca e gli stessi occhi di nonna e che si
apprestava a portarmi in ospedale – noto come L’ospedalino dei
bambini (morti) – dove sarei rimasto in compagnia di altri bambini più
o meno moribondi sospeso anzi sdraiato tra la vita e la morte per tre
mesi filati prima di essere dimesso ancora vivo, ma così emaciato che
si dovette trasferirmi a Collio, Valtrompia, dove sarei rimasto altri tre
mesi, chiedendomi – tra un monte e un colle, tra un nulla fiorito e
l’altro sfiorito, tra un’iniezione e l’altra, tutte dolorosissime (toccava
tenermi fermo in tre) –, chiedendomi perché non fossi morto di
acetone o almeno insieme a quel mio piccolo amico calvo e rachitico
che quattro conigliacci neri si erano portati via in un assolato
pomeriggio di maggio – suscitandomi, per giunta, l’assillo del perché
Flora, la cuoca di mamma, non li avessi rosolati in padella, quei
carotivori beccamorti di algidi bambini morti.
All’età di sei anni detestavo la carne fredda e avevo un senso tragico
della vita, ma disponevo, anche, del sentimento dell’ironia che
probabilmente la nonna materna, di origine campana, mi aveva
cromosomicamente trasmesso e geneticamente trasferito. La
visionarietà, invece, non ho idea di dove l’abbia presa, ma sta di fatto,
che insieme all’ironia, mi ha reso possibile, finora, sopravvivere a
tutto, persino a me stesso.

Uno scrittore senza una storia in testa e senza una partner con cui
litigare tutto il tempo o almeno la metà del quale può in breve tempo
trasformarsi in una macchina per produrre lacrime e scorie
intossicanti. Non riuscendo a scrivere un solo rigo del suo Memorie di
Adriano, che pure doveva girarle in testa da chissà quanto tempo, la
Yourcenar racconta di come vagolasse con passo spettrale e lacrimoso
tra i musei di Roma disperatamente cercando, senza trovarla,
ispirazione.
Senza scrittura o almeno senza tortura, la vita di uno scrittore non
ha senso. Non gli resta che vivere, cosa di cui sono buoni tutti, a
cominciare dai carciofi e a precipitare giù, nella cloaca dei politici.
L’espressione di sé è il senso della vita di un artista: quando manca
quella, manca tutto. Non è questione di scendere un gradino o due
della scala evolutiva. Il punto è che si frana d’un botto dalla
condizione di creatore a quella di creatura neanche tanto bella e per
niente funzionante o quasi. Superman caduto in volo in un sarcofago
di kryptonite oro che lo priva, senza ucciderlo, dei suoi superpoteri.
Tocca vivere nel ruolo di Clark Kent – identità segreta o meglio
assente. Nutrirsi, nuotare, prendersi cura del corpo, recitare relazioni,
far finta di essere vivi.
Quando scrivo, e per scrivere intendo scrivere narrativa, posso farlo
per diciassette ore filate, senza sentire il bisogno di mangiare. Al più,
a fine corsa richiedo un massaggino a schiena e collo. Durante la
volata esigo silenzio e richiedo acqua e fumo soltanto. Idrogeno,
ossigeno e nicotina sono più che sufficienti per tenere in vita
l’organismo mentre gli organi della scrittura – viscere, cervello, dita –
si danno da fare nel silenzio. Questo per me si chiama vivere. Quando
invece non scrivo, posso sopravvivere per diciassette ore filate al
morto che sono senza nemmeno sapere perché lo faccio e chi lo sta
facendo.
La testa di uno scrittore, dalla nascita suppongo, è frantumata in
mille pezzi sparpagliati come tessere di un puzzle. Scrivendo
narrativa, creando mondi nuovi, il puzzle si ricompone, l’ordine è ricostituito,
e lo scrittore, nei ritagli di tempo, può persino vivere e
riposare. Pirandellianamente parlando, la questione non si focalizza
su Sei personaggi in cerca d’autore, ma su L’autore in cerca di sei(mila)
personaggi attraverso i quali potersi esprimere e vivere. Anche quando
e proprio perché non scrive (e piange), lo scrittore è troppo pieno di
inventiva, di invenzioni e di invettiva per starsene con le mani in
mano a guardare i mondiali (come regola generale, stabilirei pantaloni
lunghi per tutti, bando a quei ginocchioni orrendi!). Lo scrittore che
non scrive è un opulento possidente, carico di dollari a milioni,
sperduto nel deserto, per forza di cose impossibilitato a spendere un
centesimo.

Non si può tacere che molti scrittori divorati dal bianco della pagina
si votano garbatamente al suicidio, alcuni con epiloghi incerti; altri si
danno al disegno, alcuni con esiti encomiabili (Buzzati, per esempio,
per non parlare di Antoine de Saint-Exupéry); altri ancora alla
musica, con sonate da suonati poco convincenti; e via dicendo.
Ma niente è terapeutico per una personalità scissa quanto affibbiare
le scissioni (o meglio, combinazioni di esse) ai propri personaggi.
Vivendo loro, vive anche lo scrittore. La testa di uno scrittore funziona
bene solo quando scrive. Quando non lo fa può suicidarsi oppure, la
scelta è sua, imparare una lingua nuova, far di conto per pagare tasse
e imposte, e studiare ermetismo e esoterismo per tenersi aggiornato
sulla civiltà delle civiltà pre-egizie che questa nostra inciviltà gli fa
una pippa a tutte quante.
Come molti altri che mi hanno preceduto, in periodi di aridità,
immiserito e solo, anziché tra le puttane, un giorno presi la brutta
piega di vagabondare tra psicologi e psichiatri, di bighellonare dai
cialtroni che dalle puttane avrebbero avuto e avrebbero ancora da
imparare parecchio. Poche persone al mondo conoscono gli uomini
come loro – le sole persone in terra cui è dato di vedere il maschietto
così com’è, nudo e crudo, spoglio e spogliato, senza i retorici belletti
delle sovrastrutture e dei costrutti cha adornano la relazione
coniugale o la relazione extra coniugale che in questo caso (e anche
negli altri) è la stessa cosa. Paradossalmente, ma intuitivamente, c’è
più verità in un singolo rapporto mercenario che in una
imputrescibile storia ammantata d’amore. La prostituta ti vede come
sei, con i tuoi bisogni e bisognini, richieste e richiestine, orrori e
timidezze. Se alla fine una di loro ti dice Sei a posto (you ok, in anglothai),
sappi che sei salvo, perché lei sa sulla sua pelle come sono i tipi
non ok, diciamo i derelitti, i ko, gli svitati, come si diceva nel buon
cinema americano anni Sessanta.
I cialtroni della mente, gli strizzacervelli, come si diceva nello stesso
cinema, non sanno niente, a parte le nozioni tecniche di seconda
mano, apprese dai deliri scritti da tromboni loro pari o superiori e
perciò peggiori, sicché non possono guarire né un uomo né una
donna, figurarsi uno scrittore o un ladyboy. Pensano solo a gonfiarsi
il portafoglio mentre con fare da fini dicitori ti enucleano la
grammatica della mente, di cui però ignorano ortografia e sintassi,
profondità, vastità e portenti. Pretendono di applicare criteri scientifici
alla magia del pensiero. Sono truffatori al pari dei preti che
pretendono di applicare criteri ascientifici, dogmatici e imbecilli al
prodigio di pensare.
Psicologi, psicanalisti e psichiatri sono zecche da cui fareste bene a
tenervi lontani sempre, a meno che vi siate trascinati a forza in
camicia di forza. Finché avete libertà di scelta, piuttosto leggete.
Leggete (e rileggete) Fante, Proust, Ipponatte, Lucrezio, Whitman,
Montaigne e qualche altro a piacer vostro, che se dell’animo umano in
genere ha capito poco, del proprio ha capito tanto che il suo sapere
vale per tutti, esclusi gli imbecilli, i carciofi e più ancora esclusi e
ostracizzati dei carciofi i politici di sempre.

La Recherche, per esempio, è un compendio universale di psicologia
applicata, uno spaccato del cuore umano spaccato. Fante è un mostro
di bravura nel mostrare il groviglio dei conflitti nelle relazioni umane.
È un mostro mostrante mostri.
Se però insistete nel voler buttare via i soldi, piuttosto che dallo
psicologo, andate dalla cartomante, troverete più creatività, e perciò
immaginifica verità in quattro tarocchi, che in tutte le opere di Freud.
(Jung va un po’ meglio, tant’è che negli ultimi anni della sua
professione, si convertì: lasciò la psicanalisi per votarsi alla Magia.
Tutti dovrebbero leggere Il libro rosso, da lui scritto e pregevolmente
illustrato, quantomeno dovrebbero essere abbastanza forti per
prenderlo in mano, stringerlo al petto e baciarlo – auguri, peserà
trenta chili!)

Se poi, per caso, siete donne, donne tristi, per carità, non rifatevi le
tette. Conosco una tipina qui, la conosco bene (supponevo di
conoscerla), che era una delizia di creatura, un corpicino esile come
un petalo di frangipani, una miniaturizzazione tutta orientale di
bellezza e grazia e sensualità rateizzata senza sconti nemmeno di
pena o pene. Bene, ieri (tecno-magia della posta privata di facebook a
me svelata da un’amica sua) scopro che si è fatta fare due tette così.
Belle, no? dice mostrandomi lo smartphone questa sua amica
tondolotta e invidiosetta che a casa sempre resta mentre lei, Lei va in
giro per il Siam a farsi iniettare silicone a spese altrui, di un pervertito
che la vuole spalpugnare maggiorata, suppongo.
Ti piacciono? insiste la paffuta. E che devo dire? Non lo vedi che mi
si è staccata la mascella? Non mi raccapezzo, non mi raccapezzolo,
guarda qua che roba, due montagne e in cima due capezzoli. Non ho
parole, è un delitto, una sciagura, un oltraggio alla vita terrena e
ultraterrena, sempre sia lodata.
Lei ha vent’anni (ventuno a ottobre, l’11 se ricordo bene, è della
bilancia, perciò sbilanciata, squilibrata, pazza). Per me nemmeno a sessanta è
concepibile rifarsi, ristrutturarsi, disfarsi, ricrearsi a pezzi,
smembrarsi e rimembrarsi in senso allitterato o meglio insensato.
Figurarsi a diciotto o poco più.
Fidatevi di me che sono vecchio: la vecchiaia è la prova della nostra
dignità – se ce l’abbiamo. Un’occasione per essere come si è, anzi, più
profondamente, un’occasione per apparire come appariamo, vecchi.
Lei. Vent’anni, filiforme, longilinea, due seni che erano funghetti di
seta e crema, due fiori vellutati da cogliere senza raccogliere, due
capolavori del Rinascimento (quantomeno il mio), ora orribilmente
sovraesposti non da photoshop, ma distrutti da due chiappe tonde
tonde appiccicate proprio sotto il mento leggermente prominente, da
baciare e mordicchiare prima e dopo le sue chiappette belle, quelle
vere, uniche, le sue.
E proprio Lei che, se un difetto fisico aveva (uno soltanto – il resto
incarnava nella carne la perfezione che Proust ha preferito spiaccicare
sulla pagina), era che stava un po’ china in avanti: ecco, a volte, sui
suoi piedini scuri scuri incedeva un po’ ingobbita. Chissà ora, con il
peso di quei cosi, sarà buona per raccattare riso a vita oppure, se
fossi in vena di volgarità, per predisporsi in modo naturale, come
trascinata dalle forze gravitazionali della terra, all’arte del pompino
senza fine, l’eterno soffocone per il puer aeternus qual è l’occidentale
medio qui in sempiterno gironzolo a caccia meno di risposte più o
meno di figa che di figa vera e propria riposta e disvelata depilata a
pagamento.
Lei e i suoi algidi capezzoli ormai morti. Come quella biondina
milanese con cui mi accoppiavo di frequente quand’ero un giovanotto
cinquantenne e che alla fine toccò lasciarsi perché lei voleva pargoli
per me ulteriori e perciò ridondanti come a volte lo sono certi miei
aggettivi che però a differenza della linea discendente mi è dato senza
rimorsi agevolmente cancellare.
E come l’avrebbe nutrito il bebè la bella milanese? Con quei suoi rosei
capezzoli ibernati come gamberetti sottovuoto? Ma che diamine, se io
voglio sentire freddo in bocca – e suppongo anche un bebè – di norma
non succhio carne morta, ma ghiaccioli, gelatini.
Che tragedia questo mondo di narcisi, di narcise alla rovescia!
Quando la capiranno che l’amore di sé non sta nel gonfiarsi per poi
precipitare come mongolfiere zavorrate – se mai nel tendersi, nello
slanciarsi in cielo come vele?
Capite adesso perché per me scrivere non è un diletto, una passione
ma un’urgenza improcrastinabile? Beati gli insensibili che di fronte
allo scempio di tanta Bellezza, si fanno un panino e mortadella, morta
pure quella.

Ho ancora negli occhi i capezzoli bruni di Lei, sui quali riversavo
oceani salivari, che ieri mi sono apparsi dilatati, espansi, sottospinti
dalla massa artificiale sottostante, e che oggi mi figuro saporiti e
freddi come hamburger di carne di lucertola.
Ho ancora negli occhi il sorriso nello sguardo di mamma di mamma e
di mamma, e i loro occhi neri, identici e radiosi come una quadruplice
incarnazione solare. Non torneranno, loro.
Attendo, invece, che dalle sue siliconiche peripezie siamesi ritorni lei
per dare ventiquattromila baci ai suoi algidi capezzoli, poiché – vedete
– lei mi piace al punto che la vorrei, a ore e a settimane alterne, anche
se si fosse trapiantata i piedi al posto delle mani.
Attendo una storia, una storia per me nuova nella quale declinarmi,
scompormi, liquefarmi; aspetto di non essere me stesso, poiché solo
entrando nell’altro da me (protagonista chiunque, ma non io: un
ciccione, una donnaccia, un idraulico, chicchessia), entrando
nell’altrove psicologico posso creare, essere me, finalmente me,
felicemente me.

Ma sarei reticente e un gran bastardo se non vi dicessi che proprio
ieri – a parte la visione di quelle tette enfiate, deturpate – ieri, senza
scrivere, senza una compagna al mio fianco con cui litigare qualche
ora o un paio d’anni, ho vissuto, senza motivo, la felicità di essere
uomo e non scrittore.
L’inculata conseguente è che per umanamente evolvermi come mi gira
in testa, non di dieci o di vent’anni avrei bisogno, ma di
centoquaranta – ho calcolato, su per giù. Come minimo, toccherà fare
altri due giri qui, sul pianeta.
Possa io rinascere la più puttana tra le donne, così che mi sia dato
scrivere la verità sugli uomini. Amen.

Lawana Resort, June 13th, 2014
© 2014 by Giulio Ranzanici – All Rights Reserved

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