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Un altro Urania del 1994: Torre di cristallo, R. Silverberg

R-Silverberg_TorreDiCristallo_ucl205di Ylenia Costa (AG.RF 01.05.2016 – 19.00)

Di fantascienza si parla, altroché, soprattutto in certi ambienti selettivamente acculturati in materia. Devo però ammettere che sono molto perplessa perché francamente non mi ricordavo che anche in questo settore, da me un po’ troppo trascurato negli ultimi anni, vi fosse tanto trash, tanta modesta e talvolta allucinante letteratura.
A rileggersi oggi, come sto facendo in questo periodo, tanti Urania di ieri (una collana mitica, edita da Mondadori sin dal remoto 1952), ci si rende conto che tanti, tantissimi autori si sono di fatto aggregati a un filone che faceva soldi e tendenza, pur essendo essi stessi mediocri o appena passabili affabulatori, spesso misogini e con una spiccata tendenza — chissà perché, mai tramontata, quella — al cinismo più sfrenato. Non erano tutti così, non lo sono tutti oggi.
Ora, nessuno pretende che la fantascienza si possa ridurre a una teoria di favole sentimentali per riviste femminili (e anche lì c’è del sangue nobile, si sappia) ma, perdiana, se si ripensa ai capolavori di maestri del calibro di Philip Dick, di Campbell o a quelli di Isaac Asimov e di Heinlein, non si può evitare di fare un tragico confronto con certe cosucce, oltretutto mal scritte, di autori vendutissimi come Robert Silverberg e tanti altri. Per carità, avranno certo i loro meriti e io non ho ancora letto tutto però, se il buongiorno si vede dal mattino, caspita! Ho terminato Torre di Cristallo (Classici Urania n°205 /1994) e sono rimasta di stucco, coi classici occhi sgranati, a guardare le ultime righe dell’ultima pagina. Accidenti, ma finisce così? E non c’è un sequel?

…Che schifo. No, praticamente funziona così: si parte con la bella idea di una Terra del 2218 nella quale incontriamo subito un ricchissimo tizio tracagnotto, reduce da un’infanzia miserrima e perciò deciso fin da giovane a dar sfogo al suo ego frustrato facendosi una fortuna dal niente (nulla da ridire, è cosa nota). Solo che lui, dati i tempi e la tecnologia a disposizione, investe i suoi miliardi di dollari in un progetto sovrumano che farebbe impallidire anche le piane specchiate di Giza e Cydonia. Poiché dalle stelle — per la verità dal remoto sistema di una stella azzurra, che renderebbe impossibile qualunque tipo di vita organica di terza dimensione — giunge sul nostro pianeta un segnale matematico, il miliardario tracagnotto si convince che la sua missione nella vita è di rispondere al suddetto segnale e di contattare una civiltà aliena perché l’umanità non può assolutamente essere l’unica forma di vita intelligente della Galassia o dell’intero universo… Un tema trito, soprattutto perché letto da chi, ben duecento anni prima della cronologia in oggetto, sa alla perfezione che è matematicamente impossibile ritenerci soli. Teniamo dunque nel debito conto che questi romanzi sono stati scritti in gran parte intorno ai Settanta del XX secolo, quando il boom ufologico era ben noto e già molto schernito e combattuto dai governi e dai media. Soprassiederò sulla tirata che il nostro fa ai suoi scienziati quando afferma che da una stella azzurra non può venire un segnale intelligente perché non ci può essere vita in un sistema planetario adiacente; tanto poi verrà persuaso che la fantascienza può essere reale sino a prova contraria (sic!). E a nessuno viene in mente, men che mai all’autore, che quel segnale potesse partire da un’astronave con un’orbita molto decentrata e sicura rispetto al sistema in questione. Tiriamo avanti.

Allora il villoso tizio comincia a costruire, con la sua folle ossessione in testa, una torre di cristallo che deve svettare sulla tundra occidentale canadese per circa un chilometro e mezzo, leggasi bene: mille e cinquecento metri… un ago nel cielo, un dito composto di cubi di vetro che dovrebbe resistere a qualsiasi temperatura e condizione climatica o geologica. E già l’idea sa di fantascienza molto “fanta” e poco scienza. Il tracagnotto, avendo a disposizione la migliore corte di scienziati aerospaziali del pianeta, avrebbe potuto considerare di costruire, che so, un enorme satellite di comunicazioni che custodisca la sua innovativa radio a raggi tachionici. Invece no, si deve fare sulla Terra perché lui vuole la sua torre, come un enorme simbolo fallico di potere e di successo (non lo dico io, beninteso, nel romanzo la questione è posta in modo piuttosto evidente).
E come fa costui a costruire una roba del genere senza massacrare per decenni l’intera popolazione del Nordamerica? Ma naturalmente creando una razza di schiavi da lavoro! È evidente che, nel futuro planetario, etica e diritti umani saranno ancora in una fase di regresso avanzato. Or dunque, dato che ci si era impegnato fin da giovane, eccolo che caracolla in continuazione tra un impianto industriale e l’altro, ossessionato e sempre in affanno, a controllare la produzione di “Vita in Vasca”, ossia di cosiddetti androidi che in realtà dell’androide hanno poco o nulla. È nota, infatti, la commistione di materia organica e di parti meccaniche in un androide che si rispetti, tipo Robocop o quelli di Blade Runner — quando addirittura non sia tutto in lega di metallo e plastica — ma questi cosiddetti Figli della Vasca sono soltanto degli esseri umani geneticamente modificati, fatti di ossa, carne e sangue come qualsiasi umano; per distinguerli dall’umanità dei Nati dal Ventre, ossia noi, il nostro limpido e misericordioso inventore li genera con un DNA modificato in funzione di una pelle rosso ciliegia e completamente glabri, capelli a parte. Ovviamente, sono divisi in tre ceti sociali, gli stupidi ma forti Gamma, i mediocri Beta per le funzioni di servizio e d’impiego più varie e, ovviamente, gli Alfa, quei bellissimi e intelligentissimi individui che, pur pochi, coordinano e dirigono la fatica di tanta massa-lavoro al posto degli “uomini veri”, con privilegi riconosciuti da tutti, sia dai timorosi Beta e Gamma, sia dagli stessi uomini rosa.

A voi questa storia non ricorda nulla di vagamente simile a qualche teoria di paleoastronautica, tipo Anunnaki e Zecharia Sitchkin? Ma torniamo al fatto che, giustamente, il lettore (sano di testa) si ritrova a parteggiare per questi poveri diseredati, mai amati, usciti traballando, già adulti, da fredde vasche sporche di materia organica e che ora si adattano a una vita fatta di piccoli privilegi o di assoluta miseria morale e materiale, come se fosse qualcosa di assolutamente normale ed inevitabile. Ovvero, la maggior parte vorrebbe adattarsi ma, com’è nella natura umana, non ci riesce proprio.
Ovvio, perché tutto tende all’evoluzione e questo è proprio quanto non si vorrebbe mai considerare né accettare quando si riesce a creare la vita in provetta; questi poveri mostri non sanno che il loro dottor Frankenstein non è migliore di quell’altro e che, come quello, anche questo li vorrà vedere morti. “Questa cosa mi serve, la rendo intelligente finché pare a me; se però fa di testa sua, la distruggo”. Tipico ragionamento dello psicopatico che usa e abusa di cose, persone, scienze e regole cosmiche per mero vantaggio personale, senza scrupoli né confini.

Infatti, sia chiaro, il nostro impavido pazzo se ne sbatte dell’evoluzione degli altri, a lui interessa quella della “propria” umanità. Gli cale soltanto della sacra soddisfazione delle sue velleità, per quanto nobili o folli possano essere. Il fatto che abbia un figlio indolente e disilluso non fa che urtargli i nervi, anche se quello gli ha fatto capire di avere un senso etico ben superiore a quello del genitore. Quando si scoprirà che il nostro antieroe, il cui nome è un’apoteosi di moderna intelligenza — si chiama Krug, come un Unno del dodicesimo secolo — è diventato il dio supremo nella religione di questi “androidi” perché, in fin dei conti, li ha creati lui e la loro anima aspira ad essere amata dal creatore, ecco che s’infuria, si sgomenta, li condanna senza appello perché “loro sono cose”. Cose, cose, cose, cose… Ripetuto all’infinito, si badi. Come se Krug volesse convincere anche noi. O l’autore non fosse ben sicuro che il suo personaggio avesse capito il concetto.

Il vero protagonista del romanzo dovrebbe essere proprio il migliore Alfa al servizio di Krug, ossia Thor Guardiano, un intelligente e rossissimo supervisore che, a fronte di una ragionevolezza mite e spietata sul lavoro, patisce segretamente tutto il dolore di un’esistenza incongrua e limitante com’è quella degli androidi. È un credente convinto della Comunione, la loro fede, e ritiene che vi sia un Krug “celeste” che veicola le azioni del Krug umano; crede che questo “Spirito superiore” sia magnanimo e lungimirante, tanto da ispirare nel Krug miliardario e imprenditore l’idea che i Figli della Vasca debbano soffrire per essere messi alla prova, per meritare la libertà e la felicità. Concetti seri, questi, e infatti Silverberg vi si sofferma molto, di fatto criticando con acume certi sistemi di potere religioso che in realtà, dietro le belle parole e i riti accattivanti, tendono a mantenere cuori e menti in uno status quo poco desiderabile, però alimentando la speranza che “un giorno” le cose cambino per grazia concessa dall’alto.

Ben oltre il rapporto, come sempre complesso, fra la religiosità e una razionale presa di coscienza politica, che è poi il tema centrale del romanzo, vi è il dolore di Thor, la sua incapacità di accettare il fatto che il suo creatore non è altri che un viscido affarista senza scrupoli, un fanatico asservito alle proprie ambizioni. Tentato dalla scoperta della sessualità, grazie a un’Alfa molto bella e dotata (ovviamente, e credevate diversamente?), il nostro si ritroverà molto deluso da questi rapporti mordi-e-fuggi, da orgasmi lesti come fulmini, che tuttavia lo intrigheranno abbastanza quando al sesso assocerà finalmente la presa di coscienza dei propri diritti, che lo spronerà a lottare per conquistare l’amore del suo dio Krug. Ma da quella parte non può esserci alcuna misericordia e, quando lo capirà, sarà troppo tardi. Perché Krug, infuriato per essere stato divinizzato — anche se, apro parentesi: possibile che un ometto megalomane come quello non sia quanto meno tentato di accogliere la fedele venerazione dei suoi feticci umani? — dicevo, Krug furibondo decide di passare alla violenza manesca e… oops, ci fa fuori il vero eroe della storia. Tutti avrebbero sperato che crepasse lui, il maniaco vessatorio. Manco per sogno. Ah, beninteso: pensate forse che, dopo aver scatenato una guerra mondiale fra Figli del Ventre (uomini rosa) e Figli della Vasca (uomini rossi), il bieco omuncolo ne abbia qualche conseguenza eticamente rilevante? Manco per sogno, parte seconda. Lui si reca nell’ennesimo stabilimento di sua proprietà, si fa infilare in un’astronave e si fa sparare da un gruppetto di fedelissimi androidi (opinabile, con quel che accade fuori) verso la famosa stella azzurra, alla ricerca di chi produsse il segnale dal cosmo, lasciandosi alle spalle una guerra su scala planetaria, un’infinita catena di morti umani e pseudoumani, la distruzione della propria famiglia e di tutto il suo impero. Fine.
Ora, voi capite che sono rimasta un po’ spiazzata. Il meglio che si possa pensare di costui è: “Speriamo che le bordate di plasma della stella azzurra ti sciolgano come un moccoletto, che poi è quello che sei”. Che dire? Un personaggio mitico, con la dignità immortale di un Innominato manzoniano o di un Jean Valjean tolstoiano. Una morale di qualche tipo? Zero. Tutta l’etica è scivolata via, in un bel bagno rosso sangue di enzimi ribonucleici ACA UCC AGC, eccetera.

E parliamo un po’ di questo famoso segnale. Poteva diventare una faccenda interessante, sul genere del Contact di Carl Sagan, perché è una banale sequenza di numeri che si ripetono. Ci dicono anche quali: all’inizio, 241 – 251 – 31 e poi, a metà della storia, la sequenza cambia e gli impulsi contano 251 – 231 – 21. Perché? Nessuno ce lo dirà mai! Vien fatto di pensare che al loro interno sia racchiuso un codice segreto elaborato da Silverberg (tipo: +10, -20, –10 …?), codice che noi, poveri mortali imbecilli, non possiamo scoprire. I superscienziati del romanzo se li rigirano (dicono loro) in tutti i modi possibili e non vengono a capo di nulla. Coordinate spaziali, dico io… Ma ce ne vogliono almeno cinque sequenze e, se il romanzo non le considera come tali, perché dovrei farlo io che sono soltanto una mediocre pensatrice? Anche se alla fine, a ben vedere, sono state trasmesse sei sequenze di numeri. D’accordo, ma a che cosa servono? Il caro Silverberg ci lascerà per sempre nel dubbio. Che cavolo ce li ha messi a fare, quei numeri specifici, se poi non spiega perché sono nella storia? Non è l’unica incongruenza, ce ne sono altre: all’inizio i suoi androidi sono asessuati ma poi, di punto in bianco, cominciano a copulare da tutte le parti e sono anche ben dotati. Mah…

E veniamo, dulcis in fundo, alla struttura grammaticale e semantica del volume. Ecco, proprio come il malcapitato protagonista della storia, si trova nel più completo delirio. Si comincia con un inciso del signor Krug, che verrà ripreso più volte perché dà al lettore la motivazione di fondo, la leva segreta del suo contorto agire da pazzo (oltretutto, è pure in contraddizione con se stesso poiché sa che tutto “continua a salire” ma, guarda caso, alla legittima salita di dignità dei suoi androidi non ci pensa proprio, anzi…). Speriamo che la contraddizione sia voluta dall’autore, mi sfugge. Forse il cinismo appanna un po’ troppo l’ironia. E poi il romanzo parte con la modalità di terza persona all’indicativo presente, il che è un po’ strano ma tant’è… Solo che, dopo un altro mirabolante inciso di preghiera “androide”, piazzato lì ad effetto nel brevissimo terzo capitolo, ecco il quarto attaccare col canonico passato remoto in terza persona. Più avanti, qualcuno comincia a fare discorsi in prima persona e al presente, e si fa fatica a capire quale personaggio stia parlando. Quando ci si arriva, giù di nuovo nel tubo del passato remoto in terza persona. E tutto questo tra un flashback e l’altro: vi lascio immaginare la fatica di comprendere come, dove e quando!
È tutto un saltellare fra modi e tempi sballati, da una cronologia all’altra, da un soggetto attivo all’altro. Roba da perderci la testa. A mio parere, si seguirebbero meglio i flashback se la prosa fosse meno avventurosa e il soggetto della storia unico.

Per di più, come se ciò non fosse già spiazzante, Silverberg usa con estrema dovizia l’antipatica tecnica dei suoni onomatopeici e, lo ribadisco, la usa a martello, insopportabile, tanto che vorresti mettere giù il libro con un sentito: “Te li do io, i tuoi CAC CGC UGA CUC AGA e i tuoi Bit Bit Boom Krug! Bit. Boom. Krug!”. Giuro, roba da uscirne matti. Voglio dire, l’avremmo capito comunque che Krug stava impazzendo ma perché, santa pazienza!, far impazzire anche il povero lettore?
E pensare che, nei primi tempi di apprendimento della scrittura, mi si diceva da tutte le parti di limitare suoni onomatopeici, esclamazioni ed interiezioni di sorta al minimo indispensabile, proprio per non straziare la capacità di sopportazione altrui. Evidentemente, una tale scuola di pensiero dev’esser nata dopo la pubblicazione di questo romanzo.

Spiace di dover scrivere cose di questo tipo su autori che hanno pubblicato e venduto un boato di libri di ogni genere. Dopo aver sottolineato le mie perplessità, mi è stato risposto che il problema poteva risiedere in una pessima traduzione ma ho dovuto ribadire che non è possibile tradurre un testo inventando di sana pianta suoni onomatopeici a mitraglia, cambiando il modus sintattico in continuazione. Secondo il mio modesto parere, questo libro è un’opera mancata. È scritto male, malgrado si senta forte l’abilità e il carisma dell’autore; è stata pensata poco e, in un certo senso, tirata via. È come uno scherzo musicale, creato per vendere. Tutto qui. Intendiamoci, con uno scrittore così prolifico è normale scrivere anche cose meno buone. E Silverberg lo è stato senz’altro, in ogni ambito della letteratura e con tutti gli pseudonimi possibili. Cito dall’introduzione: “…ha pubblicato un’ottantina di romanzi di sf (science-fiction, fantascienza, n.d.A.), alcune centinaia di racconti, ha curato almeno cinquanta antologie diverse, si è occupato di saggistica scrivendo una settantina di volumi su decine di temi diversi, dagli Indiani d’America alle sequoie, dalla storia dei conquistadores a quella degli ebrei americani, dalla divulgazione scientifica alla storia delle esplorazioni (…) quantitativamente superato, ma di poco, soltanto da Isaac Asimov”. Il fatto è che, quando si scrive così tanto e così a lungo, ci si aspetta anche un certo livello qualitativo e questo non è purtroppo vero. Così, da diligente lettrice che casca sul finale con la bocca a “O”, mi ritrovo a considerare il fatto che forse la vera favola sta nell’aspettarsi chissà che cosa da coloro i quali maneggiano un’arte senza metterla da parte… O forse è solo colpa della mia innata disistima che mi spinge a svalutare il mio lavoro e a criticarlo, limarlo, accorciarlo, allungarlo quando poi, nel panorama mondiale assoluto, si scrive tanto, tantissimo e senza gran costrutto. Perché me la prendo, dico io?

Concludo perciò questa digressione fra le macerie taglienti della famosa torre facendo a me stessa l’augurio di leggere qualcosa di più bello che provenga dalla penna inesausta di Robert Silverberg… A voi però sconsiglio di perder tempo a leggervi questo titolo. Anche se è colmo di spunti interessanti, che a mio parere sarebbe stato utile sviluppare meglio, vale la pena sorbirselo solo se avete bisogno di qualche pruderie da sesso esotico (quello non manca mai, anche bello esplicito, ma d’altronde vende, no? E perciò non stupisce che le donne siano sempre sensuali e qualche volta intelligenti ma non abbiano mai una seria rilevanza nell’accadimento degli eventi). Se poi volete farvi qualche risata nel tener dietro agli infiniti salamelecchi degli androidi oranti o ai martellanti pensieri onomatopeici del pazzo Krug, allora buona fortuna. Alla prossima e vi saluto, cari miei lettori, con un simpatico Bit. Bump. Bit. Bump…

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