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«THE LAUNDROMAT / PANAMA PAPERS» (USA 2019) DI STEVEN SODERBERGH – La recensione

di Marino Demata (RiveGauche)

AG.RF 14.03.2020 – Steven Soderbergh ci ha abituati, fin dal lontano Sesso, bugie e viedotape, film di esordio del 1989, ad un cinema eclettico, mai monocorde, capace di avvincere o almeno intrigare lo spettatore con i frequenti cambi di tono e di stile, e con i repentini mutamenti di registro da un genere all’altro, creando spesso disorientamento e, a volte, perfino sconcerto. Il suo ultimo film, Laundromat, che in Italia ha assunto il titolo di Panama Papers, rappresenta in un certo senso la summa di tutte le caratteristiche del suo cinema.

the-laundromat-v5-38995-320x450La storia vera a cui si ispira è veramente incredibile: lo scandalo finanziario esploso nel 2016 che è passato col termine Panama papers. I papers in questione sono i fascicoli della società Mossak e Fonseca di Panama, che hanno reso noto al mondo l’esistenza di un sistema, quello creato dai due affaristi, fatto di centinaia di società offshore con sede appunto in quel paradiso fiscale, e organizzato su base piramidale. Ai vertici, e naturalmente bene celati a tutti, ci sono Mossak e Fonseca e poi via via i quadri intermedi, fino ad arrivare a società fittizie, incardinate nel sistema, e che in realtà non sono altro che “gusci vuoti” che rimandano alle società più in alto nella piramide e che vengono il più possibile tenute segrete con vari espedienti e con presidenti prestanome. Questo, molto in breve, è il sistema uscito dagli archivi, finalmente ed anche casualmente disvelati, dei Panama papers. Gli archivi hanno portato alla luce i dati di 200.000 imprese offshore e i personaggi degli affari, del mondo imprenditoriale e bancario e della politica, che hanno fruito delle protezioni del sistema per loro creato al fine di aggirare il fisco dei propri Paesi e creare nuovi e più snelli metodi di arricchimento. E il titolo originale del film, Laundromat, evoca l’esigenza, per gli affaristi senza scrupoli, di ripulire i propri illeciti guadagni. Ed evoca anche, forse, la possibilità che il regista offre allo spettatore, di osservare il tutto attraverso l’oblò offerto dal cinema. In questo quadro, Sederbergh poteva scegliere una rappresentazione di tipo para-documentaristica di quanto accaduto, o una lettura di tipo fiction declinata in chiave drammatica e riferita agli anelli più deboli del sistema e a chi ne ha patito maggiormente le conseguenze. In realtà proprio dall’attenzione verso questi ultimi soggetti parte il regista, ma per costruire una storia che, senza trascurare nulla della tragica realtà “scoperchiata” dai “papers”, si mantiene prevalentemente sulle corde dell’umorismo e, in qualche caso, del grottesco.
Nel portare avanti tale operazione, molto felicemente ed efficacemente riuscita, Soderbergh si avvale della ormai decennale collaborazione dell’ottimo sceneggiatore Scott Z. Burns, a sua volta impegnato, poco prima di questo film in una sua importante regia, quella del film – inchiesta The report con Adan Driver. E si avvale inoltre del carisma, ma anche della incredibile duttilità di Maryl Streep, e di due “mostri sacri” dello schermo come Gary Oldman e Antonio Banderas, nei panni dei due affaristi, spesso impegnati a rivolgersi direttamente al pubblico offrendo le loro teorie sul danaro e le loro spiegazioni su quanto avvenuto a Panama.
Forte di questo cast stellare, ecco che il genio di Soderbergh crea una serie di storie collaterali, che tutte riconducono a Mossak e Fonseca, delle quali la più importante è quella iniziale, che ha come protagonista appunto Maryl Streep, nei panni di una anziana signora, Ellen Martin, che decide di prendersi una vacanza con suo marito. In un incidente quest’ultimo muore e, dopo qualche tempo, la donna si rivolge alla compagnia di assicurazione per rivendicare l’importo previsto nella polizza sulla vita dell’uomo.
L’importo risulta irrisorio e inadeguato. Da questo momento in poi Ellen Martin avrà un solo scopo nella sua vita: rintracciare la vera compagnia di Assicurazione, non quella, che ha, a suo tempo, raggirato suo marito con una polizza senza valore. Sarà lei ad andare a ritroso, tra tutte le società (“gusci vuoti”) che incontra sul suo cammino, finché non arriva a Panama e si avvicina alla verità.
Per inciso Maryl Streep offrirà ancora una volta una interpretazione sontuosa, che, al di là della sua consumata e alta professionalità, solo un’artista che crede e ama il suo personaggio e ne condivide la voglia di verità, può riuscire ad offrire. E per giunta passando, con divertita disinvoltura, attraverso un incredibile colpo di scena finale.
Accanto a questa storia, la principale, il film offre molte altre divagazioni, che, con un ritmo spesso sfrenato ci portano addirittura in Cina: si tratta di un’altra storia di corruzione e di occultamento di risorse. E altre ancora che lo spettatore avrà il piacere di scoprire. Quello che invece interessa rimarcare ora è la voglia di Soderbergh di mettere in mostra gli aspetti paradossali e incredibili del sistema, fatto di società di comodo e di falsi manager (in realtà comuni persone che fanno da prestanome). E, altro aspetto parimenti paradossale: la scoperta dei Panama Papers costerà una condanna veramente molto mite, di soli alcuni giorni, ai loro autori, cioè i due super-speculatori.
È un film paradossale come la realtà alla quale si ispira. La corda umoristica e grottesca scelta da Soderberg è quella che rende estremamente gradevole il film ed è l’aspetto della realtà, a suo giudizio, che vale maggiormente la pena di mettere in mostra. Attraverso un film che corre proprio lungo il confine tra finzione e realtà dimostrando, ancora una volta, come quest’ultima riesce quasi sempre a superare ogni impensabile e più estrema immaginazione.

Fonte: https://rivegauche-filmecritica.com/

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