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RICORDANDO MICHEL PICCOLI NEL FILM «DILLINGER È MORTO» DI MARCO FERRERI

di Marino Demata (RiveGauche)

(AG.RF 20.05.2020) – Dillinger è morto è un film che amo moltissimo. L’ho rivisto oggi, forse per la quinta o sesta volta, per ricordare la straordinaria e un po’ surreale interpretazione di Michel Piccoli. E ricordare anche Marco Ferreri, un grande regista, troppo frettolosamente dimenticato. Scomparso due volte.
Nella scena di apertura Glauco (Michel Piccoli), affermato ingegnere, assiste alla sperimentazione di una maschera da lui creata per poter sopravvivere in luoghi chiusi e densi di polvere, fumi e cenere. Glauco assiste, un po’ assente all’esperimento e alle considerazioni che un suo collaboratore legge: “Per sopravvivere bisogna portare una maschera. Questo ricorda molto le condizioni di vita dell’uomo contemporaneo…Per esempio il fatto di dover sapere di dover portare la maschera, non dà un senso di angoscia?” Discetta quindi sull’annullamento dell’individualità. C’è una terribile uniformità. “A queste condizioni di uniformità, la vecchia alienazione diventa impossibile.”
Sì, perché l’alienazione è ancora una consapevole attività dell’uomo. Una attività che si manifesta attraverso il tentativo, destinato al fallimento, di comunicare, di stare con gli altri.
Ma all’epoca in cui Ferreri gira Dillinger è morto, il 1969, non c’è solo la speranza della ribellione studentesca. Ma c’è, prima di questa, il diventare, per l’uomo, un oggetto tra gli oggetti. Nasce il concetto di reificazione, che è, in parole povere, la consapevolezza di vivere in un mondo di oggetti e di essere, anche le persone, degli oggetti.
L’uomo reificato viene infatti dopo quello alienato.
Dilling3Glauco, ingegnere di successo, è infastidito dalle parole del suo collaboratore, che non sono altro che la teorizzazione e ideologizzazione del proprio stato. Non ha bisogno di quelle spiegazioni teoriche, ancorché veritiere, sulla condizione umana, sulla unidimensionalità dell’uomo, e sulle relative angosce. Glauco queste cose le conosce nella pratica, perché le avverte e le vive sulla sua pelle.
Ecco perché mostra al suo collaboratore l’orologio e pare che dica “il tempo è scaduto”. Vado via. Qui comincia la fuga di Glauco. Dall’ufficio alla casa. E nella casa da una attività all’altra, da un susseguirsi di oggetti agli altri.
Sale nella camera da letto e trova la moglie infastidita dalla propria emicrania, che chiede delle pillole perché possa riuscire a dormire.
Da questo momento in poi ogni inquadratura, ogni immagine ha uno specifico significato e riferimento a situazioni e problemi. Alla TV, dopo stupidissimi programmi di intrattenimento, vediamo ciminiere che riempiono di fumi mortiferi l’area circostante. Sembra il proseguimento delle prime immagini con le prove in fabbrica della maschera per sopravvivere ai fumi industriali. Dilling5Comincia qui l’avvelenamento del pianeta?
Ma l’ingegner Glauco riesce quella notte a recuperare qualcosa che lo sollevi dalla non vita che sta attraversando: la speranza e poi la pratica della fuga. Trova in questa fuga la complicità di una dimensione giocosa. Il gioco è l’unico antidoto alla reificazione e al prendere sul serio le cose, incluse anche le persone. Glauco gioca a cucinare, a prepararsi la cena, perché quella che la moglie ha lasciato in tavola è immangiabile. Poi, trova una vecchia rivoltella avvolta in un giornale sgualcito del 1934, dove si annuncia che il bandito Dillinger è morto. Continua a giocare, con un occhio ai fornelli, e si diverte a smontare e a pulire l’arma semi arrugginita.
Gioca poi a vedere dei filmini delle vacanze trascorse in Spagna con la moglie, mentre continua a pulire la pistola. Ma soprattutto, mentre gioca con gli oggetti, fa una rivisitazione del suo passato cominciando dalla TV per poi passare ai filmini delle vacanze. Si diverte a sovrapporre se stesso alle immagini, a confondersi con quelle, a dargli un altro senso improvvisato. È un modo per trasformare quelle immagini banali di un viaggio, probabilmente uguali a quelle di tutte le coppie che fanno quel tipo di viaggio, e perciò noiose, a meno che non ci si giochi sopra, come fa Glauco.
Dilling11Poi continua a giocare con la moglie che dorme profondamente. Gioca mettendole addosso un finto serpente di gomma che si muove e la infastidisce.
Ritornato sui suoi passi continua il gioco della riparazione della pistola, che alla fine dipinge con una vivida vernice rossa. Fugge quindi dai suoi filmini e, mangiando bocconi di una grande anguria, si presenta nella camera da letto della cameriera (Annie Girardot) e ricomincia a giocare. Si tratta questa volta di giochi erotici.
Ma la fuga non è ancora del tutto compiuta. Glauco è già fuggito dalla sua fabbrica, dalla rivisitazione del suo passato, dale due donne che sono in casa. A questo punto vuole passare dalla non vita ad un a nuova vita. Ha un improvviso gesto di vitalità. Gioca ad ammazzare la moglie con la pistola appena restaurata.
Dilli8Anche questi passaggi sono significativi. Siamo in quell’epoca ai primo sussulti del femminismo e Glauco si libera delle due donne che ha in casa. All’alba fugge con l’auto e con poche cose con sé.
Guida fino a Porto Venere. Senza rivelare nei dettagli il finale, Glauco continua la sua fuga verso l’altrove, possibilmente verso una nuova vita, anzi verso la vita, visto che la precedente era appunto una non vita.
Il film può essere interpretato come una favola, che, come tutte le favole, finisce in modo promettente, anche se con tanti dubbi circa i futuri esiti della vicenda.
E’ uno dei tanti film lievi di Ferreri, un regista che è riuscito a raccontare o a metaforizzare situazioni serie e drammatiche, con una levità inusuale nel cinema italiano dell’epoca. La leggerezza di questo film, che pure parla di fughe, di tradimenti e di uccisioni, consiste nel fatto che il tutto è inquadrato all’interno di un gioco circolare continuo del protagonista. Eppure Glauco si muove in una ristrettezza di tempo (dalla sera fino all’alba) e di spazio (il chiuso di un appartamento affollato di oggetti di ogni tipo). In una notte di isolamento totale Glauco, attraverso il gioco, riesce a configurare un rapporto tra se stesso e gli oggetti, fino al gesto illogico, che lui vive come definitivamente liberatorio.
Dilling21Michel Piccoli è qui al suo primo film con Marco Ferreri, che, in Francia, mentre l’attore girava La Chamade con la regia di Alain Cavalier, gli fece leggere la sceneggiatura. Piccoli se ne innamorò e quasi implorò Ferreri per ottenere il ruolo di protagonista. Così, da un incontro occasionale, nasce un grande sodalizio artistico. Piccoli girerà molti altri film con la regia di Ferreri, che considererà uno dei suoi grandi maestri: L’udienza, La cagna, La grande abbuffata, Non toccare la donna bianca, L’ultima donna.
Eppure sempre ricorderà di aver girato quel film nell’appartamento di Schifano, tra i suoi oggetti e i suoi quadri alle pareti, e nella cucina della casa di Velletri di Ugo Tognazzi, a comporre, le due case, come un mosaico, l’ambiente, angusto e ricco di oggetti, ma non claustrofobico, teatro della fuga verso l’altrove di Michel Piccoli.

 

Fonte: https://rivegauche-filmecritica.com/

 

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