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Strategia mediterranea per l’Italia, mentre la Germania sogna un nuovo Sacro Romano Impero

TLB courtesy: 23/01/2019 – 123RF|

di Guido Salerno Aletta (Editorialista dell’Agenzia Teleborsa)

24.01.2019 (ore 07:37) – Roma, Berlino e Parigi, sono tre capitali in cerca di un nuovo futuro, nella disgregazione del sogno europeo dopo la Brexit. La strumentalizzata debolezza italiana sul versante del debito pubblico è compensata da una grande libertà di manovra sul piano internazionale. La Germania è schiacciata tra Washington e Mosca. La Francia spera di trovare un ruolo più forte avvinghiandosi alla Germania, senza temere l’abbraccio mortale.

Purtroppo, con la Francia ci si continua a dare di becco. La lista delle questioni controverse tra Roma e Parigi si è nuovamente allungata. Come se non bastasse il dossier libico, sempre rovente, questa settimana si è aperta una nuova polemica, aperta dal M5S, sul preteso sfruttamento da parte francese delle ex-colonie, per via della gestione da parte francese della moneta unica usata da 14 Paesi africani, il CFA. L’Ambasciatrice italiana a Parigi è stata convocata per chiarimenti, di fronte ad una accusa ritenuta dal governo francese assolutamente ingiustificata.

La questione del CFA è assai semplice: il Tesoro francese, per garantire la stabilità del cambio di questa valuta CFA, chiede in cambio che gli venga versato il 50% delle riserve valutarie delle due Banche centrali africane che gestiscono le due aree di accordo valutario. Queste riserve derivano dalle esportazioni africane pagate in euro, dollari o yuan dagli acquirenti che si trovano al di fuori dei Paesi stessi e della Francia o dagli investimenti esteri di capitale in questi Paesi, ad esempio dalla Cina. In questo modo, si forma una sorta di salvadanaio a cui attingono gli importatori africani che devono pagare merci e servizi in valuta estera: non devono ricorrere al mercato valutario.

Il Tesoro francese usa questa liquidità per investimenti, probabilmente anche per finanziare il debito dello Stato francese. Qui starebbe il vantaggio rilevante, il preteso sfruttamento delle economie africane con il CFA.

Le polemiche tra Italia e Francia erano già riprese per via delle avance mosse dal nostro M5S a sostegno dei Gilets Jaunes, il movimento di protesta popolare che in Francia, ormai da dieci settimane, ogni sabato, sta facendo vedere i sorci verdi al ministro degli interni Cristophe Castagner per i violentissimi disordini che provoca, insolentendo il Presidente Emmanuel Macron, di cui reclama le dimissioni. Anche qui, Parigi ha manifestato la sua profonda irritazione per le inframmettenze italiane all’interno della politica francese.

Ci sono poi altre questioni in ballo.

C’è quella, ben nota, relativa all’accordo tra Fincantieri ed i Chantiers de l’Atlantique (ex Stx): su iniziativa del governo francese, è stata avviata di fronte all’Antitrust europeo la procedura di rinvio dell’operazione per verificare se, pur non superando la soglia di fatturato rilevante ai fini della concentrazione, sia comunque di ostacolo alla concorrenza infra-comunitaria. Anche la Germania, a questo punto, si è accodata alla richiesta del governo francese.

Come se non bastasse, sulla vicenda della Tav Torino-Lione è ancora in corso in sede ministeriale italiana una valutazione costi-benefici, con un palese contrasto nell’ambito della maggioranza, tra la Lega che è favorevole al progetto ed il M5S che invece se ne è detto sempre contrario, facendone una bandiera della campagna elettorale.

Inutile dire che anche una serie di recenti investimenti finanziari in Italia, in particolare in TIM ed in Mediaset si stanno dimostrando sempre più difficili da gestire da parte francese. Altri meno recenti, nella grande distribuzione, come Auchan, incontrano crescenti difficoltà. L’acquisto di Alitalia da parte di Air France fu fatto naufragare da parte italiana, ritenendola una pericolosa svendita del mercato italiano.

Gli equilibri europei si stanno modificando radicalmente, dopo la uscita della Gran Bretagna.

Il timore che dalle prossime elezioni del Parlamento europeo esca fuori un assetto fortemente critico verso le politiche dell’Unione induce la Francia e la Germania a stringere una linea di difesa, a due. Come testimonia l’Accordo di Aquisgrana, firmato il 22 gennaio scorso dal Presidente francese Emmanuel Macron e dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, i due Paesi vogliono a tutti i costi cooperare politicamente ed integrarsi economicamente, per rafforzare il nucleo duro dell’Europa.

La forza economica della Germania compenserebbe la scarsa competitività francese, mentre il potenziale militare e politico internazionale della Francia compenserebbe la inconsistenza tedesca. Cooperazione diplomatica, militare, economica, a tutto campo. In realtà, si tratta di strutture produttive assai poco complementari, e la pretesa cooperazione determinerà conflitti politici e sociali assai poco gestibili. E’ un disegno astratto, velleitario.

È una resa francese alla egemonia tedesca, ancora una volta, come quando Parigi barattò l’assenso alla riunificazione tedesca pretendendo l’abbandono del marco in favore dell’euro: in realtà, con l’euro, la Germania ha esteso la sua rigida politica monetaria a tutto il Continente. Non subisce più il rischio di svalutazioni competitive e con il Trattato di Maastricht ed il Fiscal Compact può deflazionare a piacimento i salari dei Paesi subfornitori delle sue imprese, tra cui l’Italia, per arricchirsi esportando i prodotti finiti.

La Storia non si cambia: Napoleone non sognava una Italia libera ed unita, e difatti costituì tanti piccoli regni italici da assegnare ai suoi familiari. Napoleone III appoggiava la Chiesa Cattolica, anche lui temendo l’Unità d’Italia. Fu per questo che i Savoia cambiarono cavallo, aderendo al disegno inglese di estromettere i Borboni dal Regno delle Due Sicilie: erano alleati degli Zar, e la presenza russa nel Mediterraneo era un pericolo mortale per l’Impero inglese. Ed approfittarono della disfatta di Parigi nella guerra con la Prussia, nel 1870, per conquistare Roma. Questa è la Storia.

La competizione tra Francia ed Italia nel Mediterraneo è di lunga data: avrebbe potuto risolversi solo creando una Unione euro-mediterranea, come si provò a fare nel 2008, con la adesione di quasi tutti i Paesi rivieraschi. Solo quella era una prospettiva di stabilizzazione e di prosperità. Questo progetto avrebbe affrancato la Francia dall’asse con Berlino, aprendola ad una prospettiva di alleanza con Italia e Spagna.

La Storia non si fa con i se, né si riscrive.

Mentre ora la Francia e la Germania fanno blocco, rinserrandosi, e quest’ultima sogna di tornare alla egemonia continentale con un nuovo Sacro Romano Impero, l’Italia deve tornare alla politica mediterranea, unendo tutti i Paesi rivieraschi, da quelli che si affacciano sull’Adriatico a quelli Mediorientali. Solo una azione di stabilizzazione dell’area può bloccare il fenomeno inarrestabile dell’emigrazione incontrollata. Non è l’accoglienza caritatevole la soluzione per la povertà dell’Africa e dei Paesi devastati dalle guerre.

USA, Russia, Gran Bretagna e Cina potrebbero vedere con favore un protagonismo italiano nel Mediterraneo. Washington troverebbe una sponda politica cui affidare la gestione concreta dell’area, vista la distanza crescente con la Francia di Macron. Mosca troverebbe nell’Italia il Paese Occidentale che può guidare un processo di stabilizzazione non egemonico, come sarebbe invece quello neo-ottomano sognato dalla Turchia di Erdogan. La Gran Bretagna, sosterrebbe sicuramente Roma, per evitare che sia fagocitata dall’asse franco-tedesco. La Cina ha bisogno di completare l’approdo marittimo della Via della Seta, e l’Italia si presenta come il partner ideale.

 

Fonte: www.teleborsa.it/Editoriali

(Foto: © Milosh Kojadinovich/123RF)

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