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PAROLA CHIAVE MAMBOR: un film documentario sulle opere e la biografia di Renato Mambor, artista della scuola di Piazza del Popolo

di Paola Provaroni (AG.RF 14.06.2019)

(riverflash) – Gli  artisti di Piazza del Popolo furono  i protagonisti dell’arte negli anni 60. Si riunivano  al caffè Rosati o nella sede della galleria LaTartaruga in via del Babuino.

 Schifano, Festa,  Mambor, Angeli e altri  ancora diedero vita ad una produzione pittorica innovativa che si impose nel panorama nazionale e internazionale.

 Tra i vari artisti del periodo,  senza dubbio, fu Renato Mambor quello che più di tutti cercò di esprimere la sua spinta creativa nelle forme più varie.   Sicuramente fu la pittura a caratterizzare questo grande artista, ma egli non trascurò il cinema, il teatro, la fotografia. Una  ricerca artistica che  duro’  oltre quarant’anni ed è forse proprio nell’ultimo periodo, quello meno conosciuto,   che le sue opere assumono un significato sempre più  ricco di messaggi autentici e significativi. Renato,  cercava sempre forme espressive nuove, lasciando poi allo spettatore il compito di completare le sue opere. Un gioco di scambio tra le emozioni dell’artista e quelle dell’osservatore.

La  sperimentazione visiva di Renato  sembra non essersi  conclusa con la fine della sua vita, infatti, proprio in questi giorni, è uscito un film documentario biografico dedicato alla vita di questo grande artista. La regista Gianna Mazzini, molto amica di Renato, ha cercato di riprodurre sullo schermo cinematografico la sua essenza innovativa e comunicativa. A distribuire il film documentario è la Kama Productions, attraverso un percorso distributivo creato e ideato da Silvia Jop, con la partecipazione della stessa regista e di Patrizia Speciale, produttrice e compagna di vita per più di trent’anni di Mambor

Le proiezioni saranno  il 12 Giugno a Roma alla CASA DEL CINEMA,  il 18 giugno a Firenze CINEMA LA COMPAGNIA, 1 luglio a Milano FONDAZIONE FELTRINELLI,  10 luglio a Palermo CHIESA DELLO SPASIMO.  La visione del film sarà supportata dall’ intervento  di quattro artisti, Fabrizio Gifuni a Roma, Stefano Dal Bianco a Firenze, Emanuele Trevi a Milano, Andrea Satta a Palermo.  Un artista per ogni proiezione che sceglierà  un opera di Renato, sperimentando, attraverso di essa, un dialogo con l’artista.

Un impegno cinematografico voluto fortemente dalla moglie del pittore Patrizia Speciale, allo scopo di far conoscere l’intero percorso artistico del pittore.

Abbiamo chiesto a Patrizia di parlarci della poliedrica personalità  di Mambor.

AVENDO  CONDIVISO UN LUNGO PERIODO DELLA TUA VITA CON  UN GRANDE ARTISTA COME RENATO MAMBOR, QUAL’E, SECONDO TE, LA DIFFERENZA TRA NOI COMUNI MORTALI E CHI DEDICA LA PROPRIA VITA  ALL’ARTE?

Ti dico una cosa che avrebbe detto Renato. Non esiste nessuna differenza, nel senso che la creatività è in ciascuno di noi, tutto sta in come questa creatività viene espressa. Nel momento in cui esiste un ‘attitudine a esprimere la creatività in una forma, quello fa si che si diventi artisti.

CHI HA TALENTO E’ IN UN CERTO QUAL MODO UN PRESCELTO?

No, non voglio dire questo. C’è una predisposizione, ma questo non significa essere dei prescelti, nel senso che ogni persona possiede la creatività, ma la capacità di esprimerla varia da persona a persona. C’è chi la esprime attraverso la pittura, chi con la cucina facendo dei bellissimi piatti. Renato ha sempre ritenuto molto importante che ogni persona capisca di  avere la possibilità di essere creativo nella propria vita.  Creatività significa proprio la capacità di rendersi conto di avere la possibilità di un espressione personale e dare valore a questa  espressione.

La cosa su cui si è basato molto Renato è lo sguardo, cioè come noi guardiamo le cose e la capacità di cambiare lo sguardo nel momento in cui noi  guardiamo le cose. Noi guardiamo istintivamente, senza che ce ne rendiamo conto, influenzati dal nostro ambiente, da ciò  che abbiamo visto, dal modo di pensare delle persone che abbiamo intorno, da come siamo stati educati e così via. L’esterno preme sempre molto. Quello che è importante è che ognuno si renda conto di possedere la capacità di poter guardare in un modo nuovo le cose e la propria vita.

RENATO LA SUA ESPRESSIONE ARTISTICA L’AVEVA TROVATA SOTTO MOLTEPLICI FORME INFATTI OLTRE CHE ESSERE UN GRANDE PITTORE ERA ANCHE’ ATTORE, REGISTA, BALLERINO, CANTANTE.

“L’assillo” così lo chiamava il suo desiderio di esprimersi attraverso  diverse forme artistiche.

Ad un certo momento della sua vita aveva lasciato la pittura per dedicarsi con passione al teatro fondando una sua  compagnia sperimentale. Lui era autore, regista e scenografo. La sua opera invece di essere una tela era diventata  lo spettacolo.  Negli anni 60, aveva seguito i laboratori teatrali degli spettacoli dei suoi amici registi. Aveva seguito tutto il teatro sperimentale dell’epoca, partecipando alle prove, collaborando amichevolmente  ma con  grandissimo interesse.

Ha fatto persino il cantante, infatti, un suo amico che lavorava  alla radio coinvolse Piero Brega che aveva una bellissima voce e poi Renato come voce particolare.

QUESTA PULSIONE ARTISTICA LA AVEVA ANCHE DA BAMBINO?

Che io sappia disegnava. La sorella più grande mi raccontava di essere stata  la prima a regalargli dei  colori. Mi ha anche raccontato che quando c’erano le feste da ballo nel terrazzo  condominiale della casa in cui vivevano, in via Tuscolana, lui disegnava sulle pareti del terrazzo le parate dei grandi portieri. Questo per lui era  un personale contributo alla festa.

TORNIAMO AGLI ANNI 60 E AL MOVIMENTO ARTISTICO DELLA SCUOLA DI PIAZZA DEL POPOLO. IN QUELL’EPOCA RENATO SI RIUNIVA CON ALTRI GRANDI PITTORI COME TANO FESTA, MARIO SCHIFANO, FRANCO ANGELI.

Negli anni 60 c’era molto scambio tra pittori, infatti si incontravano, discutevano, litigavano. Renato mi raccontava che facevano notte per questo e che chiamavano il loro rapporto “amicizia feroce”. Questi incontri erano quanto mai  stimolanti, perché ognuno di loro vedeva il lavoro degli altri e poi litigava fino a tarda notte, era un continuo scavalcarsi. Il rapporto con gli altri è sempre stato importante per lui e l’idea del collettivo era fondamentale.

Quando questo confronto andò scemando per vari motivi, Renato sentì la solitudine dell’essere pittore e si rivolse al teatro, dove ritrovò il clima del collettivo.

Mi raccontava che provava una gioia enorme quando arrivava al teatro Alberico,  in cui c’erano sale diverse e dove lavoravano artisti come Bruno Mazzali, Lucia Poli etc.

Sotto al teatro c’era l’Alberichino dove sono nati comici come Carlo Verdone, Roberto Benigni.

Nel teatro ritrovo’ il clima di scambio, qua il nuovo arrivato veniva in qualche modo adottato e aiutato

QUANDO HAI CONOSCIUTO RENATO?

Ho conosciuto Renato nel periodo  in cui  faceva teatro e mi coinvolse subito. Abbiamo fatto uno spettacolo in cui Renato esponeva tutti i suoi materiali creativi che venivano dalla fotografia, dalla poesia visiva, dal teatro.

Renato ha sempre avuto una grande curiosità  e si esprimeva  in varie forme, ma si è sempre sentito pittore  e infatti diceva ” voglio fare tutto , ma lo faccio da pittore”.

AD UN CERTO PUNTO DELLA SUA VITA COMPARE   LA  MALATTIA.

 COME  HA REAGITO?

Si. lui è stato operato al cuore e si è detto “di questo cespuglio di anni in più che cosa ne faccio?” “sono un pittore” ed è tornato a dipingere. Era il 1987, riprese la pittura con tutte le difficoltà di rientrare in un mondo da cui si era allontanato..  Renato desiderò mantenere  alcune regole, come la Biodimensionalita’. per esplorare fino in fondo  una visione che veniva dagli anni 60 ma in modo nuovo, trasformando gli assunti che si erano dati in quegli anni.

La cosa a cui tengo di più, è far conoscere  meglio tutto il periodo che va dal 1987 al 2014. Un periodo lungo che però è  meno conosciuto e che  secondo  me è molto importante.

E’ USCITO PROPRIO IN QUESTI GIORNI UN FILM SU RENATO CE NE VUOI

PARLARE?

Il film rappresenta la chiave per poter far conoscere anche la sua nuova espressione artistica. Il film è stato girato da  Gianna Mazzini una regista molto amica di Renato e che lo ha seguito  in diversi momenti della sua vita.  Ha lavorato molto tempo dopo che Renato è morto,  come una gestazione lenta che ha portato uno sguardo  profondo  sul nuovo  Renato.  Importantissimo  è stato anche l’incontro con Silvia Jop, anche lei regista, che fa parte di una società di distribuzione e produzione. Ci siamo ritrovate in tre a immaginare come poter dare un’attenzione diversa al film ed è stata Silvia ad avere l’idea di proporre il film a quattro artisti che non conoscevano Renato, in modo da non avere una visione prefissata. Hanno visto il film ed è stato chiesto se ci fosse qualcosa che rispondesse  alla loro sensibilita’, alle loro emozioni,  al loro atteggiamento verso il proprio lavoro d’arte e sono state date delle risposte interessantissime.

Renato diceva che il suo lavoro termina nello sguardo di chi guarda.

In alcuni lavori ha lasciato  il centro della tela vuoto e sotto ha scritto ” è di colore verde ” perchè  è lo sguardo di chi guarda che lo riempie  di verde, stimolando così la comunicazione tra l’artista e lo spettatore.

Mi emoziona tantissimo il fatto che la sua capacità empatica   sia ancora attuale e viva anche  attraverso questo film, e chi potrà vederlo potrà  continuare a sperimentare la comunicazione che Renato ha sempre cercato.

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