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«L’AUSTRALIANO» (UK 1978), UNO DEI CAPOLAVORI DI JERZY SKOLIMOWSKI

di Marino Demata (RiveGauche)

(AG.RF 01.03.2020) – Jerzy Skolimowski è uno dei registi di punta della cosiddetta scuola polacca. Diciamo “cosiddetta” perché in realtà non si trattò di una vera e propria scuola, ma di un rapporto a catena di una serie di registi di ottimo (o grande) livello o di aspiranti tali, quale appunto era Skolimowski, che si influenzarono positivamente a vicenda. Skolimowski fu preso dalla passione per il cinema attraverso la frequentazione con amici registi come Andrzej Munk, Roman Polanski, col quale collaborò alla realizzazione del film di esordio Coltello nell’acqua, e soprattutto Andrzej Wajda, già considerato, all’epoca della conoscenza tra i due, vero e proprio mostro sacro del cinema della Polonia.

Austr 6L’Australiano è sicuramente uno dei film più coraggiosi, ma anche più affascinanti della filmografia di Skolimowski. Già l’inizio del film non può non apparire, ai più, bizzarro e inusuale. Siamo nella campagna inglese ed è in corso una partita di cricket tra i degenti e i dipendenti di una clinica psichiatrica. Nel casotto dove si contano i punti della partita, uno dei pazienti, dallo sguardo vivace e intelligente racconta una storia al ragazzo incaricato si segnare i punti. Parte quindi il flashback del racconto che ci porta nella vita privata, veramente “brithish” di una coppia, prima su una spiaggia e poi nella loro casa. Apprendiamo che lui, Anthony (John Hurt), è un musicista eclettico e sperimentalista, alle prese con vari strumenti di registrazione dei suoni nel suo studio musicale. La vita della coppia sembra scorrere senza alcun sussulto, quando tra i due si insinua un uomo misterioso, Crossley (Alan Bates), che una mattina si autoinvita a pranzo e poi, gradatamente, entra nei meccanismi della coppia, mostrando di non avere alcuna intenzione di lasciare la casa. Dichiara di aver vissuto per ben 18 anni in Australia tra gli aborigeni e di aver assorbito la loro cultura e le loro usanze. Tra le altre cose ha imparato da loro ad emettere un urlo così possente da uccidere chi lo ascoltasse a distanza ravvicinata. Ben presto la moglie di Anthony, Rachel (Susannah York) resterà folgorata dal fascino che emana quella strana persona e andrà a lettoAustr 3 con lui dopo aver allontanato il marito con un espediente. Nelle sequenze successive Anthony sfida Crossley ad emettere il suo famoso urlo, non senza essersi, per precauzione, tappate con cure le orecchie. Si tratta di una scena molto significativa perché in essa lo spettatore comprende l’intensità della forza e dello strapotere di Crossley, che trova il suo punto più alto nel pauroso urlo, ma anche il rovescio della medaglia: l’anima, secondo la cultura aborigena, esce fuori dal corpo attraverso l’urlo, per materializzarsi in un sasso, col rischio successivo di una propria disgregazione. L’urlo di Crossley rappresenta dunque l’elemento centrale del film e in certo senso risolutivo; e non a caso il tiolo originale del film è proprio L’urlo / The shout.

Il film è ricco di elementi e di situazioni che possono apparire strani. Ad esempio, lo spettatore resta spiazzato fin dall’inizio, allorché comprende che il narratore della storia, nel casotto conta punti della partita di cricket, non è altri che lo stesso Crossley, che quindi è lì a raccontare proprio la sua storia, anche se la esprime in terza persona. E il finale del film, che non riveliamo, per chi non l’avesse visto, è un ritorno all’inizio, ma con un improvviso colpo di scena abbastanza spiazzante.
Si tratta di un film che non esito a definire di grande interesse, rivelatore di tutto il genio registico di Skolimowski. Tratto da un bel racconto di Robert Graves, il film si presta a varie letture e Austr 4interpretazioni. La prima e la più chiara è la incompatibilità tra culture diverse. Il film (e il racconto da cui è tratto), mette a confronto la razionalità, le compassate e ripetitive abitudini della vita inglese in campagna, con l’irruenza selvaggia, l’imprevedibilità, e l’irrazionalità di cui è portatore l’ospite australiano. Ma anche il contrasto tra la coerenza razionale della civiltà occidentale con i riti assolutamente irrazionali di cui è portavoce Crossley.
Insomma un film di contrasti in una dialettica che non può conoscere sintesi né punti di arrivo e dove il “diverso”, l’irrimediabilmente diverso è ognuno dei personaggi, a seconda dei punti di vista.
Un terreno, quello scelto dal regista, estremamente coraggioso e rischioso, dove è facile scadere nel ridicolo e nello scontato (pensiamo alla scena dell’urlo): rischi assolutamente mai realmente corsi da Skolimowski, che, al contrario, mantiene la sua opera sul filo di una narrazione attenta all’equilibrio complessivo e all’attenzione ai particolari.

I tre attori principali, un grandissimo Alan Bates, ma anche i comprimari, il giovanissimo John Hurt e la bella Susannah York costituiscono, in certo senso, il meglio del cinema inglese dell’epoca, in un momento, il 1978, nel quale si era lasciato alle spalle il “Free cinema” ed era alla ricerca di nuove strade. Alla ricerca delle quali il regista polacco darà un ottimo contributo con questo film e con altri lavori tra i quali citiamo Moonlighting (1982), altra opera molto interessante da rivisitare, con un giovanissimo Jeremy Irons.
Per tornare a L’australiano, certamente abbiamo rivisto e riconosciuto ancora una volta un vero capolavoro, non a caso premiato col Premio Speciale della Giuria al 31° Festival di Cannes. Un film, per chi non l’avesse visto, assolutamente da rintracciare e da non perdere. Un film per il quale gli anni sembrano non essere trascorsi. O meglio sono trascorsi per fargli acquisire nuovi elementi di modernità e di interesse, che forse oggi appaiono ancora superiori rispetto a quando il film uscì nelle sale.

 

Fonte: https://rivegauche-filmecritica.com/

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