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LA SINDROME DI GAUGUIN, OVVERO UN MALANNO SEMISERIO

di Giulio Ranzanici (AG.RF 29.03.2015) ore 22:47

(riverflash) – Dal mio ingresso sul pianeta segnato dall’impiccagione al cordone ombelicale, ho patito di tutto, ma non della sindrome di Stendhal. Quand’ero più giovane ho trascorso ore, giorni, alla Tate Gallery a inzupparmi gli occhi di Piero della Francesca – candidi corpi seminudi pervasi di luce ghiaccia, piatti fantasmi esangui e filiformi, vermi umani, santi; così li ricordo. Guardavo e basta, e il mio sguardo era bovino. Probabile che il nervo ottico, guidato dalla ghiandola pineale cercasse a mia insaputa la luminosità che alla Londra invernale manca e mancava. Niente luce, niente melatonina. Niente melatonina, niente felicità. Niente felicità, niente voglia di vivere. Londra, buio, melanconia. E l’apprendimento di un inglese che era e non è più da manuale.

Guardavo quei corpi per intere domeniche. Poi tornavo fuori, nel buio, e avrei voluto incontrare fantasmi, il nulla. Il nulla e i fantasmi non c’erano, e io mi incupivo – ciò che non c’è non c’era e ciò che c’era non era come avrei voluto. Gli umani mi deludevano, troppo simili all’idea che mi ero fatto di me stesso. Non mi piacevo, non mi piacevano. Erano bui. Erano tristi. Animali urbani esattamente come me. Avrei voluto gridare, quantomeno picchiarli, coprirli di sputi. Una nuova settimana mi aspettava, e il mio British English migliorava vertiginosamente, e i corpi seminudi di Piero della Francesca sarebbero resuscitati ancora freddi la domenica successiva. Non avevo idea di cosa avrei fatto di quei corpi, non potevo immaginare che oggi ne avrei scritto per ringraziarli di avermi tenuto vivo, allora. Non avevo idea di cosa avrei fatto dell’inglese, men che meno di utilizzarlo come lingua se non madre matrigna, imbastardita a dialetto comune, la κοινὴ διάλεκτος, la koiné dialektos che si parla in giro, non più tra greci e antichi sparsi perl’Asia Minore ma tra nuovi barbari minori sparpagliati non solo in Asia. Di una cosa ero certo, non soffrivo della sindrome di Stendhal, neanche un po’. Niente tachicardia né vertigini né allucinazioni da ipertrofia estetica in spazi angusti. Guardavo quei capolavori, e stavo bene; se non bene, meglio; se non meglio, meno peggio. Certo, un po’ di confusione c’era, c’è ancora. Studiavo inglese senza avere la benché minima idea del mio destino. Cosa avrei fatto, poi. Il commerciante. L’assicuratore. Il traghettatore. L’insegnante. L’assistente universitario. L’avvocato. L’impiegato. Tutti mestieri così lontani da me da ritrovarmi a farli tutti. Tutti tutti, e altri ancora, meno uno. L’unico mestiere che non è un mestiere, poiché non è frutto di una scelta. A vent’anni avevo già abdicato alla vita e infranto il mio sogno e tradito la mia urgenza e in fin dei conti abiurato la mia sola religione ossessione e possessione, la Scrittura – ciò che a sei anni volevo fare, no, non fare, essere, poeta, scrittore, narratore, romanziere. Il non voler essere ciò che si è può avere uno scotto più pesante del voler essere ciò che non si è. Nel mio caso li ho pagati entrambi, non facevo ciò che volevo, e facevo ciò che non volevo. Morale, per reggere lo iato, mi facevo. E mi beavo di Piero senza una Francesca accanto.

Non ho idea se una diversa sindrome sia stata o meno classificata, non so nemmeno se sia considerata una patologia. Rispetto ai miei gusti questo mondo è talmente alla rovescia, capovolto e cappottato che sempre più spesso mi ritrovo a considerare che ciò che altri rifuggono come una maledizione, io perseguo come l’acme delle benedizioni. La Solitudine, per esempio. L’inferno sono gli altri, ne ho le prove. Lo dico in quanto sociopatico, e in codesta società (utilizzo di proposito il termine codesta perché è vicina a voi o a molti di voi purtroppo per i voi coinvolti, da me lontana migliaia di miglia anche se in Italia, soprattutto quando in Italia), in codesta società, sociopatico significa persona sana di mente.

Non lo nego, riguardo allo star soli è già stato detto tutto, il contrario di tutto, e il contrario del contrario di tutto che non è uguale al primo tutto. C’è un solo punto che qui mi preme –mi preme, questa è l’urgenza della Scrittura – sviscerare, e giacché siamo in tema, osservate, sentite, i lessemi premereurgenzasviscerare. Identificate ciò che vi evocano. Bravi, e così. Scrivere è un’urgenza quanto lo è il cagare. Solo gli idioti e i letterati – di norma le categorie coincidono – considerano la Scrittura un hobby, una passione. Un artista scrive con lo stesso impegno con cui caga. Con amore, con tutto se stesso, e non di rado con il viso tutto rosso.

C’è un romanzo straordinario che mi preme, mi preme citare. Non dovete leggerlo, lo dovete studiare. Racconta di un’urgenza. Di una possessione. Di una follia savissima. Di una vita prima dissipata nel pollaio dell’ordinarietà, della routine, delle comodità, della paura della Solitudine, delle certezze a bassocosto, e poi innalzata, bruciata, consacrata sul rogo non solo metaforico dell’Arte. È la storia, romanzata e autentica, di un grandissimo Maestro, scritta da un grandissimo Maestro. Gauguin e Maugham. The Moon and six pences. Da Parigi alla Polinesia, dal portafoglio clienti e famigliola benpensante e benestante e palazzi in pietra vista Senna al primitivismo oceanico, alle capanne in riva alla barriera, alle polinesiane scalze, nude, libere, belle e selvagge come le vere streghe. E da loro, su su e giù giù, fin dentro ai dipinti. La Pittura.

La luna e sei soldi, ben tradotto persino il titolo, studiatelo (non solo il titolo).

La Bellezza. È questa la sindrome, la malattia che mi preme. La Bellezza nelle opere del Cielo – non voglio dire né Dio né Dei. La luce, le donne, le palme, i frangipani, i gatti, gli elefanti. La luce. Niente di tutto questo è frutto delle mani dell’uomo. Il cemento lo è, l’inquinamento lo è, la guerra lo è, e via dicendo, a dio dispiacendo, credo. D’accordo, non sono un idiota o un letterato, lo so benissimo che tutto questo è ovvio, banale, naif, un po’ da hippy fuori tempo, da che i figli dei fiorisono sfioriti. Ma come altrimenti potrei spiegare perché io e altri come me risuonano solo – e soli – tra lebraccia candide e verdi e color malto della Bellezza Naturale.

C’è un modo praticabile per sperimentarlo in quei luoghi dove ancora i divieti sono una burla, com’è giusto che sia. Costume da bagno, infradito e cuffiette per la musica, buona musica, possibilmente sacra ovviamente nell’accezione laica del termine, meglio ancoraromantica, intesa come musica che accende te. Non serve altro, a parte una moto fluida e silenziosa. Niente bici, la bici fa sudare, e da queste parti fa già abbastanza caldo. Per giunta la fatica è nemica del piacere, a meno che si intenda per piacere quel senso di sollievo che segue la fatica. Il che ha tutta l’aria di un inganno. Fatico ora per star bene poi. Come la celeberrima pippa cinese. Ti martelli il cazzo sull’incudine e quando – e se – sbagli mira godi come una ricciola. Io la vedo diversamente. Godo ora per godere anche poi, magari soltanto a ripensarci. O a scriverne.

Monti sulla moto e ti lasci trasportare in un palmeto grande come – mi fa male dirlo ma rende l’idea – vasto come una città. Guidi pianissimo. Galleggi in una placenta vegetale, popolata di bufali grigi e umidi. Niente cani randagi, saranno rintanati in qualche buco per il caldo, nessun pericolo di attacco. Prosegui al ritmo di foxtrot. Molli il manubrio. Balli. Ridi. Incontri qualche thai abbarbicato sul cassone di un pick-up. Ti rispecchiano ballando a loro volta. Ridono. Ti inerpichi sulla strada serpeggiante. Ora è foresta primordiale, attorno. L’aria è più fresca, persino respirabile. Superi il passo. Spegni il motore. Vedi un cartello. Use low gears. Riaccendi il motore, poi realizzi che non puoi usare le marce basse, la moto è automatica come tutto o quasi, oggi. Lo lasci acceso, almeno ti garantisce il funzionamento dell’ABS, la discesa è ripida e insidiosa. Uscendo da un tornante ti imbatti nella poppa di una barca a motore. È adagiata su un carello, trainato da un pick-up. Sulla barca ci sono tre thai, sul cassone altri cinque o sei, e altri due sono in cabina. Li affianchi e gridi dentro il finestrino semi aperto. Mai mee talé tinì. Non c’è il mare qui. Lo dici serio. Loro ridono. Tu ridi, concludi il sorpasso e riprendi a ballare guidando senza mani. Loro suonano il clacson divertiti. La vita è anche così, e lacrime scendono copiose. Io scrittore, io uomo, io sferico, io imprendibile, io acqua, io cialtrone, io lunatico, pom babababol in thai. E ti vedi da fuori, dall’alto, in una zoomata rovesciata, sempre più piccolo finché sparisci, finalmente sparisci, e di lassù si accende la Visione Sferica, ecco Samui, ecco il Surath Thani divorato dall’estate siamese, il Golfo di Thailandia, il Mar di Andaman, il Pacifico e l’Indiano, la catena dell’Himalaya, l’Asia, l’Eurasia, il pianeta Terra, il Sistema Solare, la Via Lattea, il Gruppo Locale, l’Universo, il Multiverso, e due randagi che ora, proprio ora sono arrivati festosi e ansanti qui sul terrazzo del mio bungalow mentre chiudo questa nota senza capo né coda, e i cani agitano la coda e scuotono il capo, uno è fulvo, focato l’altro, e le loro lingue sono entrambe rosa e gocciolanti, mentre chiudo questa nota psichedelica innanzi a me non notaio, le stelle testimoni, i cani andati, alleore 01.39 di lunedì 30 marzo 2015 – ventisei anni, dieci mesi, e un’ora e trentanove minuti che non prendo droghe né bevo un goccetto, e chissà cosa avrei altrimenti scritto, ammesso che scrivere da non lucido sapessi – fan dee, sogni d’oro, e tante grazie alla Bellezza senza se e senza ma e senza pota, per carità per carità.samui giuliosamui 2 giulio

 

Ko Samui, March 30, 2015

© 2015 by Giulio Ranzanici – All RightsReserved

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