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La moda ai tempi del coronavirus

di Valentina Riso (AG.RF 26.02.2020) ore 14: 45 (riverflash) Da quando i numeri dei contagiati nella Regione Lombardia sono aumentati, i residenti della “più europea delle città italiane” cercano una destinazione per fuggire dall’emergenza. Tutti vogliono “scappare” da Milano, la città simbolo della moda: la casa in montagna, la casa all’estero o il ritorno dai genitori.Certo è che l’Italia è il quarto Paese al mondo con più infestati di coronavirus, nonostante le misure più stringenti (lo stop ai voli diretti dalla Cina, per esempio).

Secondo le statistiche, almeno momentaneamente, non siamo in uno scenario apocalittico. La quotidianità milanese, però, è inevitabilmente cambiata. La Regione ha deciso la chiusura di scuole, cinema, musei e luoghi di aggregazione. Rimandato a primavera il Mido, il più grande evento internazionale dedicato al settore mondiale dell’eyewear. In queste ore si discute il rinvio della Design Week, altro appuntamento importante per il capoluogo lombardo.

Alla Settimana della Moda, appena conclusasi, sono mancati circa l’80% degli operatori delle zone colpite dal virus. Il presidente di Camera Moda, Carlo Capasa, prevede un crollo dell’1,8% dei profitti nel settore moda per colpa del coronavirus nel settore, ma il pronostico sembra troppo ottimista perché precedente all’esplosione del focolaio in Lombardia. Impossibile negare che l’evento di quest’anno sia stato un po’ anomalo, considerando che il pubblico cinese rappresenta per la moda uno dei primi in fatto di acquisti. La quarantena scatenata dal virus e l’impossibilità di arrivo dei voli dalle città del Sol Levante ha creato e creerà numerose ripercussioni.

“Alcuni buyer cinesi erano già in Italia da un mese per lavoro, quindi è stato possibile ospitarli all’evento. Va detto però che un buon 30 per cento delle presenze è mancato, soprattutto gente comune. La cosa che più ci spaventa al momento è che tutti coloro che ora sono a Parigi per seguire gli eventi della moda nella capitale francese, probabilmente non torneranno a Milano”. Ha spiegato Capasa. “Avevamo una proiezione che ci dava un +2,6 per cento nei primi sei mesi per tutto il settore (tessile, abbigliamento, accessori e settori collegati come occhiali, ecc), dopo il coronavirus abbiamo rivisto questo dato a ribasso e oggi siamo al -2,5, il che vuol dire in senso assoluto il 5 per cento in meno. Sulla seconda industria italiana che fa 90 miliardi all’anno di fatturato è veramente un dato allarmante. Più di due miliardi persi in due mesi”.

E ancora, “siamo riusciti a trasformare l’emergenza in un’opportunità. E l’opportunità della Milano Fashion Week è stata “China we are with you”, una diretta streaming degli eventi e delle sfilate che è stata continuativa, per un’intera settimana. Al di là dell’innovazione, questo ha aiutato anche l’economia della moda. Infatti, grazie alla presenza social, molti brand e molti buyer si sono organizzati per fare degli acquisti a distanza delle nuove collezioni presentate. “Questo ci fa ben sperare, perché vediamo che una volta conclusa la settimana della moda milanese, molti marchi stanno vendendo nei propri store online”. Ha concluso Capasa.

Il problema, però, resta da non sottovalutare soprattutto per tutte quelle boutique che al momento restano vuote, come ogni altro negozio al dettaglio di alcune province lombarde. “Sappiamo bene che ci saranno grosse perdite, ma per capirne l’entità vera e propria dobbiamo avere la pazienza di aspettare ancora un po’”. E se l’attesa è più che mai obbligata, le parole di Carlo Capasa e l’esperienza della Milano Fashion Week ci insegnano che è possibile ripensare le modalità di lavoro grazie alle nuove tecnologie, che spesso sono una grande opportunità anche per arginare un’economia in crisi.

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