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IL ’68 AL CINEMA, «5 PEZZI FACILI» di BOB RAFELSON, il 14 settembre a LE MURATE PAC di FIRENZE

di Marino Demata (RiveGauche)

(AG.RF 11.09.2018) – Ad un giovane dei nostri tempi, alle prese con la ricerca di possibilità di lavoro, difficili malgrado il possesso di una laurea o altro titolo di studio, può sembrare veramente strano e singolare che un coetaneo di 50 anni fa, il protagonista Cinque pezzi facili, Bobby Duprea (Jack Nicholson) abbandoni un lavoro prestigioso e artistico (è un discreto pianista e viene da una famiglia di appassionati di musica), una bellissima e confortevole casa, una vita agiata. Questo rapporto tra un giovane di oggi e un coetaneo di 50 anni fa ci fa comprendere tutta la profonda distanza di concezioni e comportamenti in due epoche. A tal punto che le scelte di Bobby Duprea possono sembrare incomprensibili, se non irreali. E tali sono se non si contestualizzano nell’America degli anni ’69 – ’70.
Un’America ove migliaia di giovani vengono mandati a morire nella guerra del Vietnam, che finirà solo nel 1975, e quelli che non sono in Vietnam sono per le strade o nelle aule universitarie a protestare contro la guerra e per un mondo migliore, una eco amplificata del ’68 francese ed europeo in generale.Five_Easy_Pieces_t00.mkv_snapshot_00.25.05_[2018.09.10_19.11.23]
In questo contesto la scelta di Bobby, per quanto poco razionale possa sembrare, non appare così inspiegabile. L’agiatezza, il lusso, una famiglia perbenista con amicizie snob, l’incomunicabilità col padre, una vita dove non succede e non succederà mai nulla in una casa su un’isola dello Stato di Washington ove sembra di essere lontani dal resto del mondo alla fine creeranno nel giovane una sensazione di perenne soffocamento, dal quale non resta altro da fare che fuggire.
Una scelta, si dirà, che ha poco a che fare con la ragione. Ma è proprio qui che risiede la differenza tra le due epoche. I giovani americani post sessantotto sono poco disposti a dare ascolto alla ragione, piuttosto preferiscono fare scelte che partono dai propri stati d’animo, dalle proprie sensibilità, dai propri impulsi, dalla propria fantasia e immaginazione.
Questo è l’antefatto del film dell’ispirato Bob Rafelson, che dirige magistralmente un ottimo cast di attori con al centro uno straordinario Jack Nicholson, che sarà protagonista di altri cinque film di Rafelson, che ha sempre creduto nel talento dell’attore.
Parliamo di antefatto perché l’inizio del film ci catapulta già nel pieno della vita alternativa che Bob si è scelto: invece di usare le mani per suonare il pianoforte, le adopera per sollevare tubi in ghisa o per girare nel fango saracinesche in un pozzo petrolifero in California. Invece dei vicini snob, ha amici e compagni di lavoro appartenenti alla working class, vive in un appartamento modesto con una altrettanto modesta ragazza (Rayette, Karen Black) che lo adora, ma che lui a stento sopporta (“se tu non parlassi saresti perfetta”), e la sera si diverte con gli amici al bowling. E trova questa vita molto più umana e decente di quella precedente.Five_Easy_Pieces_t00.mkv_snapshot_01.11.05_[2018.09.10_19.21.12].jpg
La svolta si determina quando Bobby incontrerà la sorella in una sala di registrazione, a sua volta alle prese con un pianoforte. La notizia che gli fornisce la sorella è terribile: il padre ha subito due gravi attacchi ed ora è in precarie condizioni, potrebbe morire da un momento all’altro. I rapporti dio Bobby col padre sono stati sempre conflittuali e astiosi. Ma proprio per questo sente di dover vedere il padre e possibilmente parlargli. Dopo tutto ha tante cose da dirgli.
La svolta si riflette anche sulla struttura del film che diventa improvvisamente un bellissimo road movie, con Bobby alla guida della propria auto sgangherata, con al suo fianco l’immancabile Rayette e con due donne raccolte lungo la strada perché vittime di un incidente. Una delle due è tremendamente logorroica e parla dello “sporco” che c’è in giro, della società dove tutto si consuma e si butta via: vera e propria esasperata protesta delle società dei consumi, che vede come conclusione l’affermazione che l’Alaska è l’unico posto rimasto pulito e immune dalle porcherie del consumismo.
Bobby resterà circa una settimana nella su vecchia casa, il tempo per innamorarsi della compagna del fratello, Catherine (Susan Anspach) e di tentare un disperato quanto commovente colloquio col padre, ridotto ormai quasi ad un vegetale.
Un fatto singolare è che la madre non viene mai nominata. Resta un mistero se sia ancora viva o meno. In un movimento di macchina da presa, mentre Bobby suona, il regista si sofferma sulle foto che sono appese alla parete, tra le quali ne vediamo anche alcune che ritraggono Nicholson da ragazzo o da bambino. Le foto del passato riguardano i membri dell’intera famiglia, ma non c’è traccia della madre.Five_Easy_Pieces_t00.mkv_snapshot_00.40.20_[2018.09.10_19.13.26].jpg
Lo spettatore avrà il tempo per godersi un finale incredibile e ancora spiazzante come tutte le scelte portare avanti dal protagonista fino a quel momento.
Il titolo del film, Cinque pezzi facili, è il titolo di una sonata di Chopin, l’unica che sentiremo eseguita da Bobby su richiesta della bella Catherine, che ne resterà emozionata, tra l’indifferenza di Bobby.
E a proposito di musica, ma di altro genere, imperdibile è l’ascolto della canzone di purissimo stile country dei titoli di testa e delle prime sequenze: “When there’s a fire in your heart”.
Il film, per la tematica che affronta, per il rifiuto della società americana conformista e becera, per essere additato come una sorta di manifesto della contro cultura che celebra il funerale del sogno americano, resta ai margini del mondo hollywoodiano. Anche se quest’ultimo non poté fare a meno di assegnare al film ben quattro nomination all’Oscar. Non ci sembra però del tutto casuale che nessuna statuetta fu poi portata a casa.
Ai margini dell’establishment hollywoodiano era lo stesso Jack Nicholson, che aveva iniziato la sua carriera degli anni sessanta nella scuola del poco ortodosso Roger Corman, apparendo in film del terrore, uno dei filoni preferiti di quella scuola.
Ma il vero boom di Nicholson fu la partecipazione al film simbolo del nuovo cinema americano del ’68, protestatario e contestativo, Easy Rider, in una parte breve ma straordinariamente intensa accanto a Peter Fonda e a Dennis Hopper, attore e regista.
Dopo tale prova Cinque pezzi facili rappresenta la definitiva consacrazione di attore delle straordinarie qualità. Quella di Bobby rappresenta forse una delle migliori interpretazioni dell’attore, capace di dare vita ad un personaggio difficile e paradossale, nel quale evidentemente doveva credere e riconoscersi. E, conoscendo la biografia di Nicholson, non dobbiamo fare nessuno sforzo di fantasia per capire che dopotutto Jack e Bobby la pensano allo stesso modo: sono la stessa persona.

 

Il film sarà preceduto da un concerto di canzoni del ’68 eseguite da Monica Masti e Claudio Baldocci del gruppo Nuove Trasparenze

 

Fonte: rivegauche-filmecritica.com

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