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Flavia Di Tomasso e Michela Senzacqua nell’esecuzione de IL TRILLO DEL DIAVOLO per Araba Fenice

di Francesco Angellotti (AG.RF 03.02.2020)

(riverflash) – Bellissimo come l’Associazione Culturale Araba Fenice porti sul palco ricercatezze ed innovazioni musicali, che scoprono Artisti di gran Valore che hanno alle spalle importanti successi, offendolia al pubblico di Terni, che apprezza con entusiasmo le bellezze musicali ricercate con cura.

   Sempre presso l’Auditorium Gazzoli ad un orario non stressante, si è espresso il duo violino – pianoforte Flavia Di Tomasso – Michela Senzacqua: due strumentiste di cui eviteremo di elencare i successi in e fuori d’Italia per non sembrar degli incensatori di parte, ma hanno raggiunto grandi risultati internazionali d’ottimo livello.

   La serata è stata presentata offrendo il titolo estrapolato da un brano eseguito, ed indubbiamente molto vivo di Tomaso Antonio Vitali (Bologna 1663 – Modena 1745). Obbiettivamente, come genere di composizione, la Ciaccona non l’avevo mai sentita: cosa vorrà dire? E’ un termine che in terra emiliana sintetizza  un “basso ostinato”, che rappresenta una cellula melodica-armonica, sulla quale si forma una serie di variazioni. Ne ha composto una famosissima J. S. Bach, tanto per dire come fosse preso in considerazione. Ma il testo di Vitali fu trovato nell”800 in un violino tedesco da Ferdinand David, che lo ha attribuito al compositore succitato, perchè così veniva attestato per iscritto. Come sempre avviene in queste occasioni, è uscito fuori l’opinione che lo scritto era apocrifo; ma allora, come è uscito fuori e perchè? Ma non sono questi dettagli che modificano la bellezza del motivo: iniziato con un lento meditativo lineare,il quale  acquista sempre più, con passaggi virtuosi, corpo e ritmo, finendo con un andante appassionato e trascinante.

   Con questo primo brano, già hanno messo in luce la loro sincronia ed affiatamento le due strumentiste, che hanno continuato con un’intesa straordinaria.

   Ed ecco subito il titolo del concerto in Sol minore: “Il trillo del Diavolo”. Chi l’ha scritto? Giuseppe Tartini, che forse ha chiesto la collaborazione proprio al diavolo, dovendo affrontare frangenti  sul filo dell’allucinazione. Anche se, in effetti, il padre e ed il vescovo della città volevano indurlo ad assumere la veste sacerdotale; invece Giuseppe Tartini, asserendo i diritti dell’individuo e tutte le altre recriminazioni d’indipendenza, sposò una ragazza, Elisabetta Premazzore, di cui il suddetto vescovo era il tutore. Tutto ciò non fu semplice da affrontare, tanto che Tartini dovette scappare a Padova per 3 anni, lontano dalla moglie. Passato il tempo necessario, i dissidi familiari si placarono è l’Autore potè ritornare dal suo Amato Bene, che lo aveva aspettato. Però il ricongiungimento implicò un trasferimento a Venezia: città di cultura e lontano da chi pretendeva di poter avanzare voce sulla sua Vita. Giuseppe molto girò, l’Italia e l’estero, e trascorse addirittura 3 anni a Praga. Però la maggior parte della vita la trascorse a Padova, ove aprì una scuola di violino.

   Per quanto riguarda  il brano “Il trillo del Diavolo”, sono curiose, ed anche divertenti, le chiacchere in proposito. Tartini scrisse che di notte sognò il Diavolo, che suonava una musica travolgente. Svegliatosi di colpo, si mise subito a riportare su spartito quel che ricordava della composizione, e così esordì “Il trillo del Diavolo”. Che ebbe molti rifacimenti e correzioni, ma la musica riportata era quella suonata dal Diavolo.

   Immaginerete la prodigiosa sequenza, in un susseguirsi di tempi tra il veloce e il tormentoso; che dettero spunto a Paganini per le sue elaborazioni, un secolo dopo.

   Particolarmente prolifico nei diversi stili di composizione fu Gaetano Donizzetti, che nonostante un nome meridionale, non si spostò molto da Bergamo, ove nacque nel 1797 e terminò nel 1848.  Tra i tanti generi messi in musica dall’Autore, ebbe molta importanza quel che apprese da padre Mattei, che seppe porgergli un’attenta scuola di “contrappunto”; in questo fu ammirato da Severino Gazzelloni, che ammirò i suoi pezzi ed, a questo proposito, incise prendendo spunto dall’elaborazione di Donizzetti.

   La sonata in Do maggiore è stata emblematica per la raffinatezza ed il pathos emozionante trasmesso con eleganza.

   Non poteva mancare il succitato Nicolò Paganini, di cui potrete verificare le date che lo vollero ammiratore e studioso della sonata che Tartini compose un secolo prima; infatti Paganini nacque a Genova nel 1782 e col suo successo girò tutta Europa, fino a Nizza ove terminò nel 1840. Vogliamo fare un flash sulla vita  e le opere di Nicolò? Saremmo solo vacui e presuntuosi. Il compositore – violinista, col suo caratterino che si poteva permettere, non può essere definito altrimenti che: “Grande”. Un Genio della musica, non ci sono eguali nell’Arte con il violino. Non si può dir di più, oltre che il suo Nome.

   Pare quasi una presa in giro, invece è una finezza nell’intendere la forma delle composizioni, il  testo che è stato trovato postumo a Colonia, al quale era stato dato nome da Paganini: “Cantabile”. Prende in giro a chi? Agli ascoltatori, perchè il brano è strumentale. Ma proprio qui è la finezza: la Melodia ha un carattere assolutamente Lirico, secondo la caratteristica che all’epoca avevano i brani cantati detti “cavatina”. Fatto sta che ne trasse eccezionali spunti il suo grande amico Gioacchino Rossini.

   Molto curiosa appare la composizione di Giovanni Battista Viotti, che nacque a Fontanello Po nel 1775 e con tutti i viaggi che fece, andò fino a Londra, per smettere l’attività nel 1824. Fece esperienze in Svizzera, Germania, Polonia, Russia ed andò a stabilirsi a Parigi. Però, dato che durante la Rivoluzione Francese c’era un po’ di maretta, si trasferì in Inghilterra, ed andò a Londra. Si potrebbe considerare un reazionario, ma è molto facile lanciar giudizi, dando credito a futili apparenze, non approfondite: come avviene di solito. Andrebbe considerato, a questo proposito, che il suo “Tema e variazioni” in Do maggiore, sarebbe la musica della Marsigliese; quindi l’Inno che ancora viene presentato come scritto di Rouget de Liste, sarebbe stato composto 11 anni prima da Viotti; e non è una sciocchezza, perchè la diatriba è ancora aperta.

   D’umili origini come Puccini, con cui condivideva la stanza al Conservatorio di Milano, era Pietro Mascagni, che sali da Livorno da dove nacque nel 1863, anche se le sue peripezie lo portarono alla fine della carriera a Roma nel 1945. Forse era ancor più insofferente dell’amico, che già non era molto duttile nelle sue esternazioni. Ma presto Mascagni uscì dal Conservatorio, per finire nelle Orchestre  di Paese, che suonavano Musiche nelle Piazze dei Paesi nei dì di festa: comunemente chiamate Bande. Per fortuna partecipò ad un concorso che prendeva in esame le Opere ad atto unico, e lui presentò “La Cavalleria Rusticana”. Terminò nei primi 3, e la composizione ebbe un successone. Ma avuto spazio per essere stato considerato in virtù del suo exploit, seppe ripetersi con composizioni veramente eccellenti.

    Flavia e Michela hanno fatto ascoltare un’aria da “L’Amico Fritz”, un’opera completamente diversa nel tema e nel genere; che non presenta  la drammaturgia catastrofica presentata nella Cavalleria, ma  è una Lirica idilliaca in vicissitudini amorose, con lieto fine.

   Significativa la conclusione di Vittorio Monti, che iniziò e concluse la vita a Napoli dal 1868 al 1922. Importante, ed irragionevolmente trascurata, la sua parentesi parigina, in cui approfondì lo studio e fu un Gran Maestro nella Musica Popolare, Balletti, Musica da Camera ed esecutore col violino e mandolino. E’ stata suonata una “Ciorda”, che prende spunto da un’omonima danza popolare ungherese; appassionanti le variazioni da “andante Largo” a “Molto più Vivo”, cambiando le tonalità da re minore a re maggiore.

   Entusiasti dell’ascolto che ha offerto una Musica così tradizionale, eseguita nel modo più corretto secondo gli spartiti, non poteva mancare il bis.  Uscendo un po’ fuori dal genere seguito durante tutta la serata, è stata eseguita una “Messa” di Astor Piazzolla. Indubbiamente è un musicista che ha scritto bellissime musiche; ma quel che non è encomiabile, è il fatto che, mentre i Grandi fanno musica ed quindi hanno successo, Astor per aver successo faceva Musica; ribaltando la proporzione .

   Non si può seguire un’impostazione avendo lo scopo di avere successo, non è Arte; anche se Vale Tanto.

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