CALCIO: la Serie A 2021-2022
header photo

ingrandisci il testo rimpicciolisci il testo testo normale feed RSS Feed

DOPO 3 ANNI DI LAVORI RIAPRE A BERGAMO IL TEATRO GAETANO DONIZETTI

di Francesco Angellotti (AG.RF 23.11.2020)

(riverflash) – La riapertura del Teatro Gaetano Donizetti a Bergamo assume un’importanza determinante, capitata in un periodo in cui la crisi ha stroncato tutte le attività e le manifestazioni pubbliche, creando diffidenza per il pericolo di eccessiva vicinanza tra persone.

   I lavori erano iniziati già 3 anni fa, ma quest’ultimi tempi, invece di allentare l’impegno ritardando i risultati, l’impegno si è incentivato per opporsi all’oscurantismo che tenderebbe ad annullare lo slancio personale, placcando le attività per motivi logistico-sanitari.

   Invece il sodalizio Ricci-Forte, che l’anno scorso si è unito nella direzione della Biennale di Venezia, è stato prolifico con il massimo impegno, onde rielaborare alla perfezione tutte le strutture del Teatro; le operazioni  sono molte e molto tecniche; da quelle necessarie per l’accoglienza e per le comodità che si raccolgono in un ambiente di classe, a quelle rivolte verso l’esecuzione degli spettacoli, come i camerini, la facilità di movimento per gli interpreti, l’ acustica: particolare molto trascurato adesso che si ripetono manifestazioni all’aperto, ma principale in un Teatro.

   Dato che le circostanze sanitarie non hanno permesso l’ingresso al pubblico, nonostante che son state concesse più di 50 accrediti stampa, è stata ideata una scenografia significativa. Infatti è stata invasa la platea da geometriche strutture, ove avvenivano passaggi acrobatici e ginnici da parte dei rappresentanti che cercavano d’indossare una veste adatta, per riuscire a far individuare la giusta espressione, difficile da definire tra il pubblico ed il privato; e per questo, nel 1° tempo, queste immagini simboliche avevano una maschera, anche mostruosa: per mostrare le meschinità dei giochi di potere, intrighi, tradimenti: in una Società falsa e superficiale.

   Il significato della costumistica ha assunto un senso importante; a parte che son state indossati vestiti inattuali per una Rappresentazione scritta nella prima metà dell”800, e le mie considerazioni in proposito già le ho espresse e lascio ad ognuno di assumere l’atteggiamento che crede opportuno. Però è importante il contrasto tra l’ambiente tetro ed oscuro ed i costumi ideati da Gian Luca Sbicca molto colorati, in antitesi con l’ambiente. Tutto per evidenziare la discrasia tra la Realtà schiacciante, e l’Apparenza appariscente anche se strampalata. La divergenza tra realtà e quel che si vuol mostrare non trova forme di conciliazione, perché son due principi che marciano allontanandosi tra loro.

   Stefano Ricci ha curato anche la regia, ma quella televisiva era di Arnalda Canali; le scene di Marco Rossi si son potute lanciare in ampiezza, visto la mancanza il pubblico; che gli artisti han gravemente avvertito della sua assenza. Importante l’alternanza di luci, che Alessandro Carletti ha saputo interpretare nel senso chiaro-scuro; è stata impeccabile una coreografia, in un ambiente così particolare, messo in scena da Marta Bevilacqua.

   Gli atti  dell’Opera erano  tre, ma la trama è stata lunghissima, quasi 3 ore e 1\4; ma son passate velocemente, immersi nel divenire di passioni contrastanti il ruolo e l’ambiente, invischiati nell’atrocità delle Cospirazioni Politiche.

   Infatti viene costantemente mostrata la divergenza tra Pubblico e Privato, che viene rappresentato dal costume che indossano i personaggi; apparenze che nascondono i Giochi di Potere, costruiti sulla falsità, che sta al pubblico condannare: dato implicito se scoperto.

   E’ un’Opera che per osare di metterla in scena, c’è voluta tutta l’Audacia di Gaetano Donizetti. Che pur non cercando rivolgimenti di stili come Puccini, Bellini e Verdi, non esitava a esprimere condanne drastiche verso le Autorità, con un’Audacia che gli è pesata nei suoi trasferimenti.

      Ottimi i cantanti, che sono stati accompagnati da un’Orchestra coordinata a buon livello. Marino Faliero, che dà nome a tutta la composizione, è Michele Pertusi, ottimo basso che sa affrontare una situazione drammatica; Israele aveva la bella voce di Bagdan Baciu, Fernando un bravo Michele Angelimini, e nella parte femminile, Elena, la straordinaria Francesca Dotto, che già abbiamo ammirato nella Traviata recentemente.

   Il debutto è stato eseguito a Parigi il 12 marzo 1835, nel Teatro de l’Italien, ed è stato un gran successo, che fece attribuire al compositore la “Legione d’ Onore”. Ed infatti l’esule Giuseppe Mazzini, che poco era esperto in Musica ma era addentro alle questioni patriottiche, affermò affascinato che “l’Opera Mariano Faliero era un modello per l’Opera Politica e Rivoluzionaria, via maestra per il rinnovamento del  Teatro Musicale onde realizzare l’Unità d’Italia”. Ed in effetti trasmette a Giuseppe Verdi come certe cupezze e drammi messi in scena, sono l’efficacia di un testo che porta il popolo all’insurrezione. E il primo ad aver avuto questo spirito è Gaetano Donizetti.

   Nacque a Bergamo il 29 novembre 1797, ove fu riportato per la sua fine del 8 aprile 1848.

   Ebbe una vita di successo; infatti, pur non suonando alcuno strumento, seppe rendere coinvolgente nel senso e nella musica tematiche molto d’attualità, in tempi di sommosse e Rivoluzioni. Era ammirato da Rossini e Bellini, per il quale compose la Messa solenne in occasione del suo funerale. Eppure non mancarono profondi dolori; prima morì il suo primogenito nel 1828, poi stessa sorte per il secondo nato, fino al 30 luglio 1837 in cui morì il terzo figlio accompagnato dalla moglie Virginia Vaselli, colpiti dal colera: che adesso pare una malattia superata, ma è solo stata sostituita. Viaggia molto ed è importante la sua lunga residenza a Napoli, ove è direttore artistico del San Carlo dal 1822 al 1838: Decide d’andar lontano dopo sorti problemi con la censura. Dopo molte esperienze, sceglie di risiedere a Parigi, anche se incontra difficoltà con l’apparato teatrale anche là.

   Ma quel che non si aspettava dalla sua trasferta, è stato il morbo della sifilide, che lo ha colto gravemente. Per questa malattia perse qualsiasi razionalità, divenne come pazzo e, con lo sguardo spento, viveva ma di vita vegetativa.  Fu portato in manicomio, ove vegetava; ma i suoi più cari amici lo presero e lo portarono a Bergamo, ove andò a risiedere a palazzo Basoni Scotti. E qui l’attesa era solo la fine, che avvenne nel 1848.

   Sarà senz’altro un dramma, ma è significativo che Donizetti visse una vita  come testimone dei problemi popolari; superato lo stile rossiniano dal quale assorbì una certa influenza in gioventù,, sviluppò uno stile basato sui classici viennesi, arricchì il suo genere di romanticismo che assorbì nella sua permanenza a Napoli, dando frutto ai drammi accesi e malinconici, svincolando i personaggi dall’etichetta con la quale venivano classificati: la sua grandezza è stata quella di lanciare una nuova corrente, innovando modi e contenuti, rivoltando convenzioni ed abitudini, dando una spinta incredibile pur senza far Rivoluzioni: così è stata raccolto dai più grandi, che ne hanno fatto tesoro.

         Il discorso mi sembra sia attuale, adesso soprattutto.

Nessun Commento »

Puoi lasciare una risposta, oppure fare un trackback dal tuo sito.


Vuoi essere il primo a lasciare un commento per questo articolo? Utilizza il modulo sotto..

Lascia un commento


Heads up! You are attempting to upload an invalid image. If saved, this image will not display with your comment.

*