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City Plex Politeama: Stefano de Majo in un’esposizione su LEONARDO DA VINCI

di Francesco Angellotti (AG.RF 19.01.2020)

(riverflash) – Ero curioso di come sarebbe stato realizzato lo spettacolo presso il City Plex Politeama su Leonardo da Vinci: scritto, diretto ed interpretato da Stefano de Majo, e questo già era un dato che lasciava ben sperare. Eppure un personaggio come Leonardo non è facile da riprodurre in scena, perché la sua altezza intellettuale ha comportato che il personaggio fosse un Genio in tutte le materie dello Scibile; e questa caratteristica si è messa in luce nella sua personalità molto accesa e determinata, ma volta alla rincorsa di un Senso Superiore, senza fermarsi ai piccoli dettagli; anche se ha raggiunto delle contraddizioni evidenti.

   Eppure lo spettacolo già è stato acclamato a Milano, ove il Genio ha espresso il massimo della sua creatività.

   Il timore era quello che il Personaggio non apparisse troppo intellettuale, quindi fosse stato abbassato il Valore per renderlo di facile apprendimento; che venendo a contatto con semplificazioni, avrebbero svilito l’importanza eccelsa di Colui che è (tempo al presente) Oltre ogni Limite. Sarebbe stato facile se fosse stato reso una “macchietta”, artefice di contenuti banali e quindi facili da apprendere: così tutti avrebbero capito, ma non avrebbero capito niente.

   Abbiamo, invece, subito constatato un particolare importante, che solo la fantasia e la creatività di Stefano potevano aver trovato:  la sua recitazione, espressa in un lungo monologo su un ampio palcoscenico con poca scenografia,  era accompagnata da un enorme schermo di fondo, che metteva in luce le vicende del testo, evidenziando quel che veniva espresso. Importante che il racconto è partito da prima della nascita dell’Artista. Infatti il padre, notaio Piero da Vinci, ebbe rapporto con Caterina Buti del Vacca; trovandosi volentieri i due protagonisti a scambiarsi assiduamente i favori, fu concepito il pargolo a cui fu dato il nome di Leonardo: suggerito dal fratello del padre, Francesco definito il “calzaiuolo”: unendo i termini Leone e ardito.

    Ma poco dopo sir Piero sposò Alberta di Giovanni Amadori, da cui non ebbe figli e morì presto. Ma Caterina dovette allontanarsi, lasciò il figlio al padre e si dileguò. Labile è di lei il ricordo di Leonardo, che aveva in mente l’immagine delle mani e delle dita affusolate; ma “la madre” fu una sua fissazione ideale psicologica, ed allora l’ associò alla figura d’ogni Nobil Donna della quale era commissionato d’eseguire il ritratto: la sua interpretazione del sogno di sua Madre.

   Comunque il “notaro” sir Piero in tutto ebbe 4 mogli e altri 12 figli; ma Leonardo non legò con nessuno. Sia perché troppo piccoli, ma anche perché troppo altezzosi.

   Sua madre si suppone che svolgesse una vita di facili costumi, sposata  ad un uomo soprannominato “Attaccabrighe”, che in effetti era un gaglioffo violento. Ebbe molti figli, ma quando si trovò sola e abbandonata, nessuno le porse soccorso. Si narra, allora, che recuperò il figlio Leonardo, che era noto in tutte le Corti. La sua immagine è talmente idealizzata, che Leonardo l’ha conservata nel suo Spirito e non l’ha mai menzionata; infatti nel suo diario, ove annotava tutti gli avvenimenti trascorsi, si legge la data del suo arrivo, e poi dopo un paio d’anni solo il giorno della sua morte. Una Mamma, chiunque essa sia, acquista una dimensione celeste, che non può tradursi nel quotidiano, come fosse una “lista della spesa”.

   Dato che “da figlio impuro” non riusciva ad avere legami con nessuno, rifiutava la solitudine cercando la compagnia della Natura e dell’Ambiente. Il suo atteggiamento era al massimo della curiosità, in quanto d’ogni manifestazione si chiedeva le cause e gli effetti. Ed elaborando questo atteggiamento, gli fu chiaro che l’Origine e la Matrice di ogni cosa è la Matematica. Così riesce a tradurre tutto in regole matematiche, evidenziando una contraddizione: lui, figlio spurio di madre non certa che non conosceva il latino e, non potendo andar a scuola per le sue condizioni sociali, si accostava all’apprendimento con il suo spirito, che attraverso l’osservazione e la deduzione lo portava ad elaborare i concetti seguendo i principi della Matematica.

   Avendo mostrato le sue doti, sir Piero andò dal Verrocchio nella vicina Fireasti dopo un primo esame, ma asserì che il ragazzo meritava e poteva prenderlo tra i suoi Allievi. Con i quali ebbe avventurenze, sperando d’introdurlo nel suo Collegio d’Arte. Il Maestro, che era stato allievo di Donatello, non volle esprimere pareri entusiastici che si possono qualificare come “crescita adolescenziale”; sempre considerando che erano di un certo livello: tipo, Botticelli, al quale rimase sempre estraneo, e il Ghirlandaio, del quale invece divenne amico.

   Però con la sua nuova qualifica si trova inserito ufficialmente nel “campo dell’Arte”.

   Ma questo particolare è sempre stato coinvolgente di tutte le materie di studio; infatti, molto a posteriori quando scrisse un trattato di presentazione alla corte Moro a Milano, la pittura era menzionata come 4° Arte di cui presentava le sue innovazioni. Perché Leonardo era sempre un Matematico, quindi importante l’Astrologia, allora ferma ancora ai principi scoperti nell’antica Grecia; ma anche l’Anatomia del corpo umano, assolutamente vietato dalla Chiesa. Sapeva creare macchine belligeranti di difesa e d’offesa, oltre a saper attuare stratagemmi tipo ponti che si potevano far sparire in breve tempo.  Ma poi i suoi studi riguardavano quel che poteva esser ricollegato alla matematica: ovvero tutto, compresi argomenti come la Musica e la Poesia.

   Non era capita la sua aspirazione nel “conoscere”; tra il 4 ed il 500 andavano di moda personaggi che esprimevano l’Arte in maniera grandiosa: come Michelangelo e Raffaello. Ma Leonardo cercava di uscire dalla staticità, cercando il senso che scorreva in movimento: perché il Tempo è una dimensione di Movimento, quindi sperimentava per riuscire a capire e creare il Nuovo.

    Addirittura svolgendo quasi ruolo di Giullare di Corte, ove era chiamato per far divertire durante i Convivi che i Nobili svolgevano per far Festa; Leonardo riusciva a divertire chi non capiva le sue allusioni ed i riferimenti ironici, rivolti sopratutto verso il Clero che mal sopportava.

   Però la sua mancanza di Pace non gli permetteva mai di lasciarsi andare in un momento di Stasi; così viaggiava, sempre alla ricerca delle scoperte. Un suo periodo veramente eccellente lo trascorse a Milano, presso Ludovico il Moro; anche perchè a Firenze, dopo Lorenzo il Magnifico, il suo inserimento veniva troppo limitato. Invece a Milano per lunghi anni dette vita a progetti eccezionali, compresa l’Urbanistica della Città che allargò dalle ristrette mura presenti allora, inserendo agevolazioni che adesso possono sembrar ovvie, ma al tempo apparvero come incredibili: il senso del Tempo nella progressività delle scoperte.

   Dopo spedizioni a Venezia, Mantova e altre città che lo hanno accolto, a Milano conobbe il re di Francia, Francesco I, uomo dalla profonda cultura amante dell’Arte e della Scienza. D’accordo con la famiglia d’Este, andò presso la corte francese, ospitato nel castello d’ Ambois: oltre che le sue opere tra cui “La Gioconda”, gli facevano compagnia il suo servitore Batista de Vilanis e l’ allievo Francesco Melzi. Il primo dei due era un ragazzo stravagante, ma che Leonardo ammirava per la sua creatività sorprendente; tanto creativo che è riuscito a scappare portandosi appresso le Opere di piccolo taglio; il secondo fu fedele compagno del Maestro, di cui dopo la morte scrisse le sue testimonianze.

   La Gioconda era il quadro che Leonardo si era portato ad Ambois, perché oltre ad aver impressa probabilmente l’immagine della madre, era un dipinto che non finiva mai di comporre. Infatti, riallacciandomi al discorso di prima, passando il tempo, le accortezze rappresentate andavano adeguate; perciò trovava sempre da approfondire su sfumature essenziali: negli infiniti particolari che racchiudono l’immagine di una donna che è la più bella ed enigmatica delle figure ammirate su tela.

   Abbiamo detto tanto, ma non abbiamo detto niente. Eppure molti particolari sarebbero determinanti per dare una veste adeguata al personaggio, che compose il Codice Atlantico, Trivulziano, sulla Pittura, Hammon-Leicester,  sul volo degli uccelli, in Francia si può consultare quello Foster, un’altro scoperto il secolo scorso è a Madrid; e vogliamo metterci tutti di studi sulle Forme e Dimensioni – Proporzioni e Grandezze di tanti soggetti? Dettagliati son quelli sui cavalli, che sono stati osservati con la massima cura e presentati anatomicamente perfetti, con un’espressione focosa ed intelligente.

   Ma mi sento troppo piccolo e non potrei mai svolgere un’esposizione dal contenuto sufficiente su Leonardo.

   Invece importante è stata l’interpretazione di Stefano di Majo; non perché abbia considerato tutte le Opere, cosa che sarebbe impossibile; ma ha fatto presente, a noi che l’abbiamo ascoltato, che Leonardo è sempre Oltre!

   Nella dinamica dell’evento, assorbendo l’Etica trasmessa da Leonardo e considerando il significato dello scorrere del Tempo, si è ammirata l’immagine che il grande De Felice ha offerto come spunto, dopo aver studiato,  riproponendo la Battaglia di Anghiari.

   Quindi, prendendo spunto dal maestro, il presente Massimo Zavoli ha esibito al pubblico la sua composizione sullo stesso tema, ma svolgendo le elaborazioni che il trascorrer del tempo ha indotto a scegliere: nelle forme e nello stile.

   Invece del temuto Carosello sulle Opere più belle, è stato ricercato e lanciato il senso che il Tempo imprime seguendo lo studio.

   Questo è Leonardo, e ringraziamo per come ce lo ha presentato Stefano de Majo.

 

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