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Alla Scala FIDELIO, l’unica musica operistica composta da Beethoven

di Francesco Angellotti (AG.RF 10.05.2020)

(riverflash) – È andata in onda un’Opera eseguita alla Scala, testimonianza d’ un messaggio a tutta l’Umanità; che sta contorcendosi, distruggendosi ed alienandosi non trovando inquadramento alla disperazione.

   È andata in scena, il 7 dicembre 2014 con la direzione di Barenboin (voglio dire, cercate di meglio; ma non lo troverete), l’unica Opera scritta dal compositore che nacque a Bonn nel 1770 e morì a Vienna il 26 marzo del 1827, e lasciò una valanga di composizioni sinfoniche: Ludwig van Beethoven.

   Il testo rappresentato è il Fidelio; anche se riferendo la composizione a Beethoven, non potrebbe esserci alternativa, perché è l’unica musica operistica composta dal Grande Autore.

   Un’Opera così, non può essere messa in scena da una Compagnia ancora non al massimo; verrebbe fuori un’esecuzione da cancellare. Allora sono stati chiamati i migliori professionisti:

Chloe Obolenki scene e costumi (e qua si riapre la polemica sull’atteggiamento di far indossare costumi attuali per Opere datate da secoli; ma già è stata ribadita la problematica per altri spettacoli precedenti, e non ci ripeteremo) Jean Kalmar luci; passando ai cantanti, Ania Kampe: Leonore, soprano (che appare in scena mascherandosi da Fidelio), Klaus Florian Vogt: Florestan, Falk Satruckmann: Don Pizarro, Kwangehoul Youn: Rocco, Peter Mattei: Don Fernando, Mojca Erdmann: Marzelline, Florian Hoffmann: Jaquino, Joseph Sonneleithner e Georg Friederich Treitschke hanno curato il libretto, raccogliendo la storia molto radicata nell’animo tedesco.

   La 1° rappresentazione dell’Opera avvenne a Vienna, ove l’autore aveva trasferito la sua residenza stabile, il 20 novembre 1805; ma è da sottolineare che versioni del Fidelio ve ne sono 3; molto diverse, anche se gli episodi son gli stessi; ma è importante rilevare che l’esecuzione presentata alla Scala, è quella che risale al 1814, ovvero l’ultima; con 3 bassi, 2 tenori e 2 soprano; oltre ad un nutrito Coro.

   Non trascurabile anche un altro particolare; effettuato anche in altre composizioni, ma molto raramente.                      La parte musicale lasciava spesso spazio al recitato, in cui i cantanti svolgevano la trama raccontando gli avvenimenti.  Quindi l’Opera è un’alternanza di cantato e recitato: dato molto importante per la musicalità, onde non mettere in luce alterazioni ritmiche, ma far risultare l’armonia della Storia.

   Pensate all’allegria dell’ambiente di scena, considerando che tutto inizia in una Galera, dove un personaggio innocente è stato incarcerato dal suo avversario politico, per manovre di Potere. La figlia Leonore è sicura dell’innocenza del padre, ed allora si camuffa e s’inoltra per poter lavorare dentro la prigione, assumendo il nome di Fidelio; ed è per questo che un personaggio di giovine uomo canta con voce di soprano.

   Già questo è notevole, perché appare evidente che non risalta il valore che suddivide Uomo-Donna; in quanto son parti che si possono confondere, aspirando all’affermazione di quel che è più importante.

   Un giudizio, che ci sembra sbagliato, ha voluto interpretare l’Opera come simbolo della ragione di Giustizia sul Male; mi sembra semplicistico; molto più esatto ci sembra il parere che ha espresso la regista Debora Warner, la cui interpretazione possiamo solo lodarla; ha detto che nell’Opera viene messa in luce la Verità nel buio della prigione, perché risulta scoperta l’ingiustizia che viene cancellata dalla luce del Sole, quindi domina il Potere dell’Amore, che vince su tutto.

   Questo è Beethoven, l’interpretazione della regista è stata quella più esatta; esaltando lo Spirito che voleva mettere in luce l’Autore, in un’esecuzione che non si fermava alle diatribe politiche e settoriali, in quanto evidenziava la supremazia di Valori, che solo potevano essere fonte d’Evoluzione.

   La Storia è molto complessa; si trovano in netto contrasto i 2 poli che si scontrano: Bene e Male. Certo, si arriva anche ad estremismi nel comportamento, cercando l’affermazione della propria linea; e questo da parte d’ ambedue i contendenti; ma, se pur minacciata, non si arriva mai alla violenza; perché non è attraverso di essa che può affermarsi la Giustizia.

   Questo per un ragionamento logico. Date 2 parti, una ha ragione e l’altra ha torto (ammettendo che esista un giudizio lapidario) ; se la parte che ha ragione cerca l’affermazione attraverso la Violenza, passa dalla parte del torto; perché la Violenza non è mai giusta, ma sempre sbagliata nella sua esecuzione. Quindi, chi per affermar Giustizia crede di affermarla con la Violenza, potrà forse ottenere la supremazia, ma è passato dalla parte del suo contrario; perché imposta, quindi Ingiusta.

   Mi sembra logico; è quindi da notare che, in un ambiente crudo e meschino come la Galera, l’Opera (in 2 atti) si concluda nella Gioia; con l’imposizione dell’ Euforia che viene espressa, non dai singoli, ma in una Corale esaltante; tutti si uniscono nel canto e mostrano l’esaltazione dei principi Umani e Collettivi, in un insieme  che esalta gli animi, ed induce verso l’Unione nell’esaltazione dell’Altruismo: come Beethoven si auspicava; forse perché ne aveva passate tante, e così drammatiche, che la sua Meta veniva rappresentata dalla Felicità; di Tutti, riuniti in Comunità; oltrepassando l’antagonismo e cercando la collaborazione.

   Vorrei notare, come ho messo in luce in passate rappresentazioni, che tante Opere son ricche di una coreografia sontuosa e brillante, terminando nel Dramma e nel Delitto. Per una volta, l’Opera è messa in scena da Beethoven in un ambiente tremendo nel suo contesto, evolvendosi le scene in un carcere; ma il significato risplende, facendo capire che dalle povere situazioni, si può arrivare all’esaltazione della Felicità, espressa in una Corale trascinante, in cui brillano nell’Amore Tutti.

   Non vorrei fare paralleli impropri, ma la finale del Fidelio, in cui tutti i protagonisti ed il grande  Coro si uniscono per esaltare il valore della Comunità, mi ha fatto venire a mente l’ultimo tempo della 9° sinfonia in cui Beethoven, sordo da decenni,  si esalta nell’entusiasmante “Inno alla Gioia”: una corale emozionante e travolgente.

 

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