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Agritessuti: Paesaggi da indossare – Le Donne in Campo coltivano la moda

di Valentina Riso (AG.RF 29.09.2019) ore 12:17 (riverflash) Abiti da sera e capi prêt-à-porter realizzati in tessuti naturali e tinti con ortaggi, frutta, radici, foglie e fiori. E’ la moda 100% naturale che Donne in Campo, l’associazione al femminile di Cia-Agricoltori Italiani, ha presentato a Roma lo scorso 24 settembre, lanciando il marchio Agritessuti.
L’iniziativa, intitolata appunto “Agritessuti: Paesaggi da indossare – Le Donne in Campo coltivano la moda”, è dedicata al connubio tra agricoltura e abbigliamento sostenibile. L’obiettivo è creare una filiera italiana del tessile completamente ecofriendly, con tessuti da fibre vegetali e animali e tinture green realizzate con prodotti e scarti agricoli.
Una sfida che risponde, sempre di più, alle richieste dei consumatori: la domanda di capi sostenibili in Italia, infatti, è cresciuta del 78% negli ultimi due anni e oggi il 55% degli utenti è disposto a pagare di più per capi ecofriendly.

Inoltre, secondo stime Cia, la produzione di lino, canapa, gelso da seta, oggi coinvolge circa 2.000 aziende agricole in Italia, per un fatturato di quasi 30 milioni di euro con le attività connesse. Se la filiera degli Agritessuti venisse incoraggiata –hanno dichiarato le Donne in Campo- questa cifra potrebbe triplicare già nel prossimo triennio. Per esempio, coinvolgendo nell’immediato le 3.000 imprese produttrici di piante officinali, alcune anche tintorie, come lavanda e camomilla, allargandone il campo. E associando, ovviamente, la tintura dagli scarti dell’agricoltura: come le foglie dei carciofi, le scorze del melograno, le bucce della cipolla, i residui di potatura di olivi e ciliegi, i ricci del castagno.

“E’ una filiera tutta da costruire, ma di cui abbiamo il know-how, considerata la vicinanza tra le donne e la tradizione tessile, nella storia e ancora oggi – ha dichiarato la presidente nazionale di Donne in Campo-Cia Pina Terenzi-. Per questo, ribadiamo la necessità di dare vita a tavoli di filiera dedicati, al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, a sostegno della produzione di fibre naturali, a cui andrà affiancata la creazione di impianti di trasformazione, diffusi sul territorio e in particolare nelle aree interne, per mettere a disposizione dell’industria e dell’artigianato un prodotto di qualità, certificato, tracciato e sostenibile”.
Tanto più che, come chiede l’Onu nell’Agenda 2030, è necessario costruire nuovi sistemi di produzione agricola e zootecnica che possano avere un ruolo positivo nello sviluppo di processi di riduzione dell’inquinamento e di degrado ambientale e di mitigazione dei cambiamenti climatici.

Oggi invece – hanno evidenziato le Donne in Campo di Cia- l’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo, responsabile del 20% dello spreco globale di acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica. Una maglietta richiede, in media, 2.700 litri d’acqua per essere prodotta, un jeans fino a 10.000 litri, utilizzando soprattutto fibre e coloranti di sintesi. Considerato che il consumo mondiale di indumenti è destinato a crescere di oltre il 60% entro il 2030, è evidente quanto siano enormi le potenzialità di una filiera del tessile ecologicamente orientata, fino a rappresentare il 15-20% del fatturato del settore in Italia (4,2 miliardi). “La sostenibilità, come chiede l’ONU, deve permeare tutto il business del tessile –ha concluso Pina Terenzi- chiamato come gli altri settori a riformare se stesso: metodi di produzione salva-ambiente, con l’uso di tinture che sprecano meno acqua o l’utilizzo di rifiuti come materia prima. L’agricoltura dimostra di essere in prima linea in questo processo di cambiamento, con le donne promotrici”.

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