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Al Festival OperaInCanto «Combattimenti», spettacolo che accosta 2 composizioni distanti 4 secoli

opera-incanto-locanAG.RF 04.10.2017

(riverflash) – Il festival OperaInCanto si svolge quest’anno ad Amelia e Terni dal 12 al 21 ottobre ed è incentrato su un unico spettacolo, che accosta musiche lontane tra loro per epoca e stile ma accomunate dal tema del combattimento. Si tratta di tre composizioni impaginate in modo che Orazi e Curiazi (1996) di Giorgio Battistelli introduca al Combattimento di Tancredi e Clorinda (1624) di Claudio Monteverdi, che trova la sua conclusione nella terza opera del trittico, Tancredi appresso il Combattimento di Claudio Ambrosini, Leone d’oro alla carriera alla Biennale Musica di Venezia del 2007, che sarà eseguita in prima assoluta.  

Combattimenti – questo il nome dello spettacolo – è un progetto ideato dall’Associazione In Canto in occasione dei 450 anni dalla nascita di Claudio Monteverdi, uno dei più significativi compositori di tutti i tempi, ricorrenza celebrata nel 2017 dalle massime istituzioni internazionali. Il celebre Combattimento di Tancredi e Clorinda è al centro di un itinerario in cui la musica di Monteverdi (antica ma sempre attualissima) incontra quella di due tra i maggiori compositori contemporanei. ambrosini_claudioClaudio Ambrosini è l’autore di Tancredi appresso il Combattimento, opera commissionata dall’Associazione In Canto. Questo nuovissimo lavoro di Ambrosini, che si basa sulla drammaturgia di Vincenzo De Vivo, mette in musica le ottave della Gerusalemme di Torquato Tasso successive a quelle musicate da Monteverdi, come ideale “continuazione” della vicenda che ha per protagonisti il cristiano Tancredi e la musulmana Clorinda, da lui amata e per crudeltà della sorte a lui contrapposta in duello sotto celata identità. Il madrigale rappresentativo di Monteverdi si conclude con la morte di Clorinda e da lì inizia la partitura di Ambrosini. Entrambe queste opere usano strumenti antichi, a creare un ulteriore elemento di continuità. Come “ouverture” a questo dittico si è pensato a Orazi e Curiazi di Giorgio Battistelli, azione per due percussionisti, un brano di grande spettacolarità, in cui la più antica famiglia di strumenti musicali, spesso legata alla rappresentazione sonora della guerra e della battaglia, è protagonista di una drammaturgia fantastica che descrive uno degli episodi più celebrati della storia dell’antica Roma.

fabio-maestriLo spettacolo prevede la partecipazione di tre cantanti un ensemble strumentale, un duo di percussionisti e un gruppo di danzatori. Sono alcuni dei più apprezzati professionisti italiani nel campo sia della musica barocca che della contemporanea: il soprano Sabrina Cortese, il tenore Daniele Adriani, il baritono Roberto Abbondanza, Roma Sinfonietta Ensemble, Tetraktis Percussione Ensemble e GDO-Gruppo Danza Oggi con la coreografia di Daniele Toti. Dirige Fabio Maestri.cesare-scarton-ridotta La regia è di Cesare Scarton, con i video e le proiezioni con la particolare tecnica motion capture di Flaviano Pizzardi, le scene di Michele Della Cioppa, i costumi di Giuseppe Bellini e le luci di Andrea Tocchio.

 

Le date delle recite sono:

Amelia, Teatro Sociale, giovedì 12 ottobre 2017, ore 11.00 (OperaScuola) e 20.30 (Amelia Festival).

Terni, Teatro Comunale “Sergio Secci”, sabato 21 ottobre 2017, ore 11.00 (OperaScuola) e 17.30.

 

Gli Autori di Tancredi dopo il Combattimento

vincenzo-de-vivo-400x265Vincenzo De Vivo, Studio per un madrigale del XXI secolo: “Se cerchi il testo per un madrigale drammatico destinato a essere eseguito dopo Il combattimento di Tancredi e Clorinda non hai scampo: finisci per aprire la Gerusalemme liberata all’altezza di quel canto XII, gettando l’occhio intorno a quei versi che Monteverdi (con un occhio al libro decimoquinto della Conquistata) ha infallibilmente scelto per il suo madrigale “fatto in genere rappresentativo”. Ma il modello è inimitabile: Monteverdi, che al Testo ha affidato il racconto, e a Clorinda e Tancredi ha riservato il “gesto”, sa che con il Combattimento il pubblico ha vissuto l’emozione irripetibile “di essere stato canto di genere non più visto né udito”. Non ti resta che provare ad avvicinarti al Tasso chiedendo al divino Claudio di indicarti la strada. E ti sembra di averla trovata, quando ti accorgi che Monteverdi prende in considerazione un unico blocco di versi (dall’ottava 52 alla 68) saltando un’unica ottava (63), proprio quella in cui la metafora marina e atmosferica accenderebbe il gioco delle onomatopee e i clangori guerrieri reclamerebbero a pieno titolo il ricorso allo stile concitato (Qual l’alto Egeo, perché Aquilone o Noto / cessi, che tutto prima il volse e scosse, / non s’accheta ei però, ma ’l suono e ’l moto / ritien de l’onde anco agitate e grosse, / tal, se ben manca in lor co ’l sangue vòto / quel vigor che le braccia a i colpi mosse, / serbano ancor l’impeto primo, e vanno / da quel sospinti a giunger danno a danno), puntando invece senza indugi sull’epilogo – “l’ora fatale”, il colpo mortale, l’agnizione, il battesimo, la morte – e chiudendo con il più teatrale degli effetti, ma confidato a una voce che si spegne: “S’apre il ciel: io vado in pace”. Se ardisci continuare il racconto non puoi indugiare sull’ultimo gesto della mano che si leva, ne’ sul pallore del volto di Clorinda composto nella morte. Devi posare subito lo sguardo su Tancredi che “cede al duol” perdendo i sensi, saltare a piè pari l’arrivo del drappello dei Franchi, le disposizioni pietose di Goffredo e i consigli del “venerabil Piero” e lasciare che l’eroe dia libera voce al suo dolore. Non occorrono interventi descrittivi del Testo, che introduce brevemente fatti e situazioni in sequenza: la disperazione nel mirare le ferite inferte al corpo dell’amata, il tentativo di darsi morte strappandosi le bende, il trasformarsi in un dolente Orfeo che “lei nel partir, lei nel tornar del sole /chiama con voce stanca, e prega e plora”, l’illusione consolatoria dell’apparizione nel sogno di una Clorinda trasfigurata, il lamento davanti alla tomba dell’amata. Davanti ai tuoi occhi si è aggregato un testo che sembra speculare a quello scelto da Monteverdi: un’ottava introduttiva (70), quattro gruppi di ottave (75-77, 80-83, 90-93, 96-97). Puoi offrirlo a Claudio Ambrosini come un riflesso di quel madrigale fatto in casa Mocenigo “per passatempo di veglia”.

Vincenzo De Vivo (Salerno, 1957) dal 1982 ricopre ruoli direttivi e consultivi presso Istituzioni musicali europee: Direttore Artistico del Teatro San Carlo di Napoli (2012-2014), del Teatro Comunale di Bologna (2002-2006), del Teatro dell’Opera di Roma (1994-1997), Adjunto a Intendente del Palau de les Arts di Valencia (2006-2009), Consulente Artistico del Teatro Carlo Felice di Genova (2009-2010) e del Teatro Comunale di Treviso (1989-1995). E’ stato Direttore Artistico della Fondazione Pergolesi-Spontini di Jesi, dal 2001, anno della fondazione al 2005 e Consulente scientifico fino al 2011. È stato Consulente per le attività sinfonico-vocali dell’Orchestra RAI di Roma e Consulente della SDR (Radio – Televisione di Stoccarda) per le produzioni d’opera italiana al Festival di Schwetzingen, membro della direzione artistica del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, Consigliere di Amministrazione dell’Accademia Musicale Chigiana di Siena. È stato docente al Corso superiore di Management musicale presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma e ha collaborato con l’Accademia di Arti e Mestieri del Teatro alla Scala di Milano, la Scuola dell’Opera di Bologna, l’Accademia Paolo Grassi di Martina Franca. È membro della Giuria di numerosi concorsi internazionali. È autore di numerosi libretti d’opera e ha curato la versione ritmica italiana di opere di Bizet, Mozart, Offenbach, J. Strauss jr., Stravinskij.

ambrosini_claudioClaudio Ambrosini: “Immaginiamo di trovarci di fronte a un grande affresco di cui alcune parti siano andate perdute: qui affiora una mano che regge una spada, lì un volto (forse di uomo, forse di donna), più in là si nota il luccichio di un’armatura e, più sotto, quelli che sembrano gli zoccoli di un cavallo… L’occhio vaga alla ricerca di un filo narrativo, di una trama, tastando qui e là, “ascoltando” con lo sguardo, immaginando e a poco a poco rivivendo una storia. La storia. Del poema di Tasso in realtà qui non manca niente, non è qui la questione. I “vuoti” se mai vengono dalla nostra distanza, più che temporale, di linguaggio, di passo: per Monteverdi era la lingua poetica del suo tempo, per noi è di “quel tempo”. Una distanza superabile forse solo applicando uno sguardo “prospettico”: che la sottolinei, la faccia diventare un elemento strutturale. Che talvolta la aumenti, persino, e allo stesso tempo la evidenzi come magnifico punto di partenza. Ecco quindi, nell’accingersi a metterlo in musica, un primo sentiero praticabile: (ri-)dare spazio al piano letterario facendolo “agire”, diventare protagonista, in alternanza con quello musicale. Entrando e uscendo, muovendosi tra il livello della parola e quello del suono e del canto, a tratti staccati di quel tanto che basta per farne una reciproca cartina di tornasole. Una seconda differenza è insita nel racconto stesso: quelle usate da Monteverdi sono ottave protese: sono ‘azione’, che inarrestabilmente precipita verso il suo tragico esito. Quelle che seguono al combattimento sono invece ottave “retrotese”, retrovisive, retrogradanti… sono agnizione, ripensamento, rammarico. Al pieno della lotta si sostituisce il vuoto del lutto e la nostra posizione di astanti cambia ancora di ruolo e di colore”.

Claudio Ambrosini (Venezia, 1948), compositore e direttore d’orchestra, ha studiato musica elettronica sotto la guida di Alvise Vidolin al conservatorio di Venezia tra il 1972 e il 1975. In questi anni si cimenta come artista audio video con la Galleria del Cavallino, producendo opere video sperimentali di grande interesse. Laureato in Lingue e letterature straniere all’Università di Milano, ha vinto nel 1985 il Prix de Rome e l’anno seguente ha rappresentato l’Italia all’International Rostrum of Composers dell’UNESCO. Ha ricevuto commissioni dalla RAI, dalla WDR, dal Governo francese, dal Teatro La Fenice di Venezia e da altre istituzioni. Nel 2007, in occasione del 51° Festival Internazionale di Musica Contemporanea, ha vinto il Leone d’oro alla musica del presente. Dal 1976 lavora al Centro di Sonologia Computazionale di Padova e nel 1979 ha fondato l’Ex Novo Ensemble di Venezia, che si dedica all’esecuzione di musica contemporanea. Nel 1983 ha fondato il Centro Internazionale per la Ricerca Strumentale, di cui è ancora attualmente direttore. Vincitore nel 2011 del XXX Premio Abbiati, nella sezione Novità Assoluta, con “Il Killer di Parole”, su libretto di Daniel Pennac.

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