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“THE VISIT” – La recensione

The Visitdi Valter Chiappa

(AG.R.F. 15/12/2015)

(riverflash)      Tornano Hansel e Gretel; riecco la casa nel bosco, non più di marzapane, ma dotata comunque di un forno pericolosamente profondo; i nonni sono due, ma altrettanto inquietanti, gli stessi i bambini, ora in versione tecnologica. E torna M. Night Shyamalan, il regista di origine indiana che con l’esordio fulminante di “Il sesto senso” aveva acceso nei cinefili grandi aspettative, poi deluse dalla mediocrità della successiva produzione. Con “The visit” Shyamalan ricomincia da zero, tornando all’horror e con un film a basso budget: unica location, attori poco conosciuti, niente effetti speciali.

Sceglie anche una storia convenzionale. Una donna (Kathryn Hahn), che molti anni prima è scappata di casa per inseguire un amore sbagliato, si trova ad affrontare sia la perdita dell’uomo, che l’ha lasciata sola con i due figli, che la mancanza dei genitori, con cui da allora non ha più rapporti. Finché un giorno questi non si fanno vivi, chiedendo di poter conoscere i nipoti, i quali accettano con entusiasmo l’invito, sia per conoscere le origini di quel brandello di famiglia che gli rimane, che per lasciare alla madre il tempo di godersi una vacanza con il nuovo compagno. La maggiore (Olivia DeJonge) sogna di diventare regista, riprende ogni attimo della sua vita e intende girare un documentario che racconti quell’inattesa visita; il fratellino (Ed Oxenbould) è appassionato di rap. Ad accoglierli trovano due anziani (Deanna Dunagan e Peter McRobbie) al primo impatto miti ed affabili. Ma ben presto i due vecchi cominceranno a palesare bizzarri comportamenti, in particolare la nonna, quando di notte le porte delle camere da letto si sono chiuse. Tutto viene dapprima giustificato con l’età avanzata e un’incipiente demenza senile. Ma durante il procedere del soggiorno, le stranezze si fanno sempre più ripetute, inspiegabili ed inquietanti. La tensione cresce gradatamente ma inesorabilmente, fino a giungere al drammatico epilogo e al colpo di scena che svela la terribile verità.

Tutto già visto, quindi. Anche dal punto di vista stilistico, l’uso del found footage, la tecnica portata al successo mondiale da “The Blair witch project” con cui si rimontano frammenti di pellicola raccolti casualmente, è cosa ormai nota per i frequentatori del genere horror.

Nondimeno Shyamalan riesce a segnare la propria impronta. Riedita difatti il found footage: affidando una telecamera ad entrambi i fratelli raddoppia i punti di vista creando un notevole dinamismo; servendosi poi dell’espediente narrativo del documentario che la giovane protagonista intende girare, costruisce sapientemente le inquadrature, eliminando, se non nelle scene più concitate, la casualità delle sequenze. Non più un’opera di solo montaggio, ma un attento lavoro di macchina che impreziosisce il materiale da incollare.

Nella trama inoltre introduce un interessante, seppur blando, approfondimento psicologico. I figli, come la madre, sono vittime dell’abbandono del padre, da cui hanno riportato sindromi patologiche: la ragazza non riesce a guardarsi allo specchio, il bambino è ossessionato dai germi. L’orrorifica esperienza nella casa dei nonni risulterà però catartica, l’angusto budello da attraversare per giungere alla guarigione. Emblematica è ad esempio la spropositata violenza che il piccolo riuscirà, come in un esorcismo, a tirar fuori nel momento cruciale della vicenda. In questo senso va letta la scelta del regista di non enfatizzare l’effetto – paura. Sempre crescente è il coinvolgimento emotivo prima del climax finale, ma affrontare la follia e la morte non è tanto lo strumento per terrorizzare lo spettatore, ma piuttosto è per i protagonisti il necessario viatico verso un doloroso processo di formazione, che conduca alla definitiva liberazione dai traumi subiti.

In alcuni momenti Shyamalan ritrova, dietro la macchina da presa, una mano particolarmente felice: il dinamismo nella scena dell’inseguimento fra le fondamenta della casa o la tensione che si crea durante una surreale partita a yahtzee nella fase più drammatica della vicenda sono veri pezzi d’autore. A sostenerlo inoltre trova la superba interpretazione della nonna Deanna Dunagan, efficacissima nel dipingere la follia del suo personaggio.

Ma “The visit” denota in generale scarso coraggio. Tutto è poco: poca la storia, che si regge su di un unico colpo di scena, poca la paura, per lo meno per gli habitué del genere, modesto l’approfondimento dei personaggi, nonostante gli spunti interessanti.

M. Night Shyamalan ci dice di essere tornato. Ma forse dobbiamo ancora attenderlo un po’.

Voto: 6

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